VIVERE LA DIPENDENZA

A cura della dott. ssa Laura Padula, psicologa 

Siamo tutti dipendenti da qualcosa o da qualcuno. Se ce lo chiediamo, facciamo fatica a dire da cosa o da chi. Se facciamo alcuni esempi, vediamo come il bambino dipende dalla madre, l’adolescente dagli amici, l’innamorat dal suo amato/a, chi fa uso di alcol dipende dalla bottiglia, chi fa uso di sostanze dipende da esse, chi dipende dal gioco, dal sesso o dalle sigarette altrettanto. Il malato dipende dai suoi cari, dai medici e dalla sua stessa malattia, un gatto o un cane dipendono da chi se ne prende cura, i lavoratori per vivere dipendono dal loro stipendio. Tutti dipendiamo da un telefono per sentire gli altri, da una penna per scrivere, da un computer o tablet per le videochiamate, dall’acqua e dal cibo per sopravvivere, talmente tanto che abbiamo assunto un comportamento bulimico in questi giorni pur di riempirci e non rimanerne senza.

Si potrebbe obiettare che molti siano bisogni primari, come l’acqua o il cibo, motivo per il quale non si può parlare di una dipendenza, per cui sarebbe più corretto utilizzare l’espressione “Abbiamo bisogno di”. Potremmo affermare che abbiamo bisogno dell’altro o di qualcos’altro per essere noi stessi e per vivere.

Inoltre, se pensiamo a tutte le forme di dipendenza qui sopra descritte, potremmo forse dire che essa ci fornisce una categorizzazione, ci aiuta a collocarci nel mondo e assumere un’identità attraverso cui riconoscerci. Sembra paradossale dirlo, ma il cosiddetto alcolizzato o tossicodipendente, hanno una categoria in cui ritrovarsi.

Secondo l’approccio ecologico sociale, introdotto da Hudolin negli anni ‘90, come approccio sistemico e secondo cui tutti i comportamenti sono interconnessi e secondo cui le persone sono responsabili le une delle altre, chi fa uso di sostanze o di alcol, non è da categorizzare come una persona alcolizzata o tossicodipendente, ma come una persona che in questo momento di vita sta attraversando una fase critica, in cui si serve di qualcosa di esterno per vivere. È altresì importante soffermarsi sul fatto che chi ha comportamenti di dipendenza ha una relazione speciale con il suo oggetto. Non è quindi il tipo di sostanza o attività a causare la dipendenza, ma la relazione che si crea tra soggetto e oggetto. A questo, la domanda che segue è: che significato ha per quella persona, quella bottiglia o quella sostanza?

Chi è la persona che fa uso di alcol o sostanze, senza la sua bottiglia o senza la sua sostanza? È una questione di identità e relativo riconoscimento per se stesso e per gli altri?

Nelle dipendenze più conclamate, la persona ha bisogno di qualcosa di esterno per ritrovarsi o per perdersi, o per perdersi di nuovo nel momento in cui si ritrova. Sono tutti modi che la allontanano dal pensiero di ciò che è, da ciò che avrebbe voluto essere, da quello che è diventata e non ha accettato o da quello non riesce ad essere.

Secondo Bateson, l’alcol è semplicemente una fuga dalla schiavitù personale. Le cause e le ragioni dell’alcolismo devono essere ricercate nella vita della persona quando è sobrio. Se il suo modo di essere sobrio lo spinge a bere, questo deve contenere un errore o una patologia.

Vi sono casi estremi di intossicazione da alcol per trovare in esso sollievo da comuni dispiaceri, risentimenti o dolori fisici. Si potrebbe sostenere che l’azione anestetica dell’alcol fornisce un adattamento per non sentire il dispiacere, la frustrazione, il risentimento che invece, se mimimamente percepiti, diventano scuse per bere.

Ma se ci riflettiamo, non è allo stesso modo un comportamento che mettiamo in atto tutti, seppur in altri modi e con altri mezzi? Pensiamo a quando non vogliamo pensare a qualcosa, che ci riempiamo talmente tanto la vita e le giornate di cose da fare, pur di non pensare e non stare fermi. E soprattutto in questo periodo di blocco e isolamento, ciò si è acutizzato al punto tale da riempirsi di appuntamenti con videochiamate o ricette da sperimentare, pur di avere dei rituali da seguire che occupino il tempo e il pensiero. Pensiamo a quando siamo tristi, tanto da rintanarci in qualcosa di dolce o di estremamente appetitoso per noi, pur di riequilibrare quella tristezza interna che a tratti diventa destabilizzante e troppo profonda da sentire.

Tutti noi, nessuno escluso, mettiamo in atto comportamenti dipendenti, pur di non attraversare quel mare in tempesta che si scaglia contro le rocce del nostro cuore e della mente, perché preferiamo riempirci con qualcosa di esterno, pur di non sentire quel marasma che viene da dentro fatto di emozioni pure e semplici, a volte complesse, ma che fanno parte di noi, e che se accolte, ci introducono nella dimensione dell’accettazione di ciò che siamo, per poi avviarci o mostrarci la strada di quello che possiamo cambiare, se solo ci permettessimo di assumerci delle responsabilità. Forse il nostro interno necessita di essere rinfrescato, riabbellito, rimodernato e dipinto con nuovi colori. Saremo in grado di farlo senza far affidamento su quella stampella emotiva rappresentata dall’alcol, dalla sostanza, o da qualsiasi altro oggetto? Potrei forse suggerire che la bottiglia è possibile crearla dentro di noi, come un raccoglitore di ciò che viene vissuto o come contenitore da cui si può prendere per agire fuori, e che noi possiamo diventare la sostanza di noi stessi, evitando di essere quell’oggetto di cui quella sostanza si serve e si nutre per agire.

Se andiamo più nel profondo, potremmo forse dire che la dipendenza si lega al concetto di libertà, che non ci concediamo se non nella misura in cui siamo legati a ciò che ci permettiamo di fare, senza avere paura dell’incertezza. Perché la dipendenza ci dà certezza, ci dice che non siamo soli, unici e solitari nella nostra condizione sociale.

Le dipendenze, inoltre, hanno un risvolto nei contesti di vita della persona; ecco che si generano crisi tra le coppie, famiglie che scoppiano, figli che non parlano con i genitori, genitori che si allontano. Ogni sistema si modifica. Nell’ottica dell’approccio ecologico sociale, che vede interdipendenti i comportamenti di tutti all’interno dei sistemi di riferimento, ogni persona e famiglia è vista come risorsa del cambiamento e non solo come causa o oggetto del trattamento. Il sistema di appartenenza, inteso come elemento costituente dell'esistere, può essere cornice di cambiamento se tutti all’interno del sistema familiare pensano che il problema della dipendenza non sia solo di chi ne fa uso, ma anche di ognuno individualmente. Così nella cultura più ampia, il problema della dipendenza è un problema di tutti. Con il cambiamento degli stili di vita, orientati al benessere ed alla ricerca della bellezza, si possono porre i primi passi per un cambiamento della cultura in generale. 

Come diceva Vladimir Hudolin (1996) tutti noi non lavoriamo solamente per l’astinenza, ma per la famiglia, per la sobrietà, per una vita migliore, per una crescita e maturazione e infine per la pace. La pace non può essere conquistata se prima di tutto non siamo in grado di averla dentro di noi: una pace nel cuore, una possibilità di riguadagnare la gioia di vivere, la riappropriazione del proprio futuro, un superamento, una trascendenza da se stessi. Questa è la ragione sulla quale Hudolin ha indicato ai club, (che sono gruppi di cui tutta la famiglia può farne parte in relazione alla dipendenza presente), di fondare la loro azione sull'amore, sulla solidarietà, sull'amicizia e, successivamente sul rispetto della diversità. Tale visione permette la realizzazione di ogni intimità autentica, liberata dalla centralità dell'Io, ed alla consapevolezza, profondamente ecologica e spirituale, che tutto ciò che noi facciamo è inscindibilmente legato a ciò che ci circonda in un rapporto circolare e ricorsivo.

Ultima riflessione da portare alla luce, è che il bere insieme ad altri ha sempre simboleggiato l’aggregazione sociale di persone unite in comunione. Si pensa che l’alcol induca l’individuo a sentirsi ed agire come una parte del gruppo; cioè l’alcol permette la complementarità nei rapporti che lo circondano.

Chi siamo quindi quando siamo da soli?

Buona ricerca.

dott.ssa Laura Padula

 

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