I FIORI PIU’ BELLI NASCONO DALLE CREPE

Il potere della resilienza

 

 A cura della Dott.ssa Serena Samaria, psicologa, psicoterapeuta in formazione Idipsi

“Quando c’è una tempesta gli uccellini si nascondono, ma le aquile volano più in alto” affermava Mahatma Gandhi; una bellissima riflessione sulla resilienza (resiliere), ossia , la capacità dell’individuo di far fronte alle situazioni traumatiche e/o stressanti ed uscirne più forte.

La resilienza, può essere definita come la capacità di resistere, fronteggiare, risollevarsi e ricostruire la propria vita a seguito di eventi nefasti e dolorosi.

Essere resilienti non implica solo la capacità di fronteggiare le difficoltà provenenti dal mondo esterno ma anche e soprattutto avere la capacità di rialzarsi, andare avanti e ricostruire o costruire.

Questa capacità può essere definita come un dono ereditato da un lontano passato della nostra specie e che si sviluppa durante il nostro percorso evolutivo sotto l’influenza delle relazioni, delle esperienze e del contesto; non è sempre scontata perché potrebbe venire a mancare in situazioni troppo grandi o pesanti da reggere; resta comunque una “competenza” che l’uomo possiede in dotazione per affrontare la vita e sopravvivere.

Questa capacità non ha tratti stabili ed immodificabili ma con il correre del tempo può modificarsi e noi possiamo lavorarci migliorandola e potenziandola.

Citando lo psichiatra statunitense e professore ad Harvard George Eman Vaillant :

«La resilienza non è una condizione ma un processo: la si costruisce lottando».

Essere resilienti non significa indossare una corazza e non provare tristezza, sofferenza o emozioni negative ma bensì riconoscerle ed essere in grado di fronteggiare il dolore cercando in noi strumenti per affrontarlo e rialzarci più forti e con maggiori consapevolezze dopo le cadute a cui la vita ci espone “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce” (Leonard Cohen).

Pietro trabucchi psicologo e coach esperto di resilienza la definisce cosi :

«Le persone non sono vittime passive degli eventi stressanti. Reagiamo alle difficoltà (e ci stressiamo) in base a come le “leggiamo” e a come “leggiamo” le nostre capacità di farvi fronte. Questa “lettura” si chiama valutazione cognitiva. Quella che ci fa vedere lo stesso bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto.»

Può essere definita come una funzione psichica che si modifica nel tempo in base alle esperienze e al cambiamento dei meccanismi mentali che vi sono alla base.

Ma quali sono i tratti delle persone resilienti? La psicologa americana Susanna Kobasa ha delineato dei tratti ricorrenti in queste persone :mostrano la capacità di fronteggiare gli eventi e di non lasciarsi travolgere dagli stessi , passione per le sfide ed un’ elevata predisposizione ad accettare i cambiamenti a cui sono esposti senza considerarli come problemi irrisolvibili.

Le persone con elevata resilienza non sono invincibili o immuni a stress e dolore; come tutti sono esposti alle avversità della vita e presentano cicatrici nell’anima; cicatrici che hanno lasciato il segno e nello stesso tempo fortificato. Essi mostrano la capacità di fronteggiare le avversità senza lasciarsi travolgere. «Il mondo ci spezza tutti quanti, ma solo alcuni diventano più forti là dove sono stati spezzati» (Ernest Heminghway).

Avere un’alta resilienza significa mettersi in discussione,riconoscere gli errori e nello stesso tempo adoperarsi per poter rimediare accettando anche importanti cambiamenti.

La resilienza può venirci in aiuto per fronteggiare diverse situazioni che in un modo o nell’altro ci si trova a vivere, per citarne alcuni :cambiamenti, deprivazioni, malattie, morte, lutto, perdita, abbandono e dolore.

Essa può aiutarci a trovare un senso agli eventi, a leggerli in modo diverso e trovare il lato positivo anche dove questo sembra non esserci.

<< Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta.>> .

(K.Gibran).

 

Dott.ssa Serena Samaria

 

"A PICCOLI PASSI"

 

 A cura di Silvia Guerini, psicologa,  psicoterapeuta in formazione IDIPSI

 

Sono qui, seduta davanti al computer, ma il mio sguardo e la mia mente vagano lontano, fuori dalla finestra.

La meraviglia della primavera è iniziata: i fiori sbocciano sugli alberi, l’aria torna a profumare, la Natura si risveglia e Proserpina riemerge dagli Inferi.

Mentre noi siamo qui, soli ed impotenti, rinchiusi nel nostro inferno personale, in cui abbiamo bisogno del contatto umano, ma lo temiamo profondamente.

“In strada tante facce/ non hanno un bel colore/ […],/ si ammala di terrore.” Cantava Fabrizio de Andrè. E aggiungeva “C’è chi aspetta la pioggia,/ per non piangere da solo”.

Oggi mi sembrano così attuali questi versi: sguardi veloci, spaventati, torvi, soli, da dietro gli scuri, da sopra una mascherina. Da lontano. Timorosi dell’incontro con l’Altro, ma sempre curiosi e bisognosi di incontrare.

Combattuti fra due forze: l’auto-preservarsi, l’auto-sopravvivenza, e il bisogno di comunicare, di risuonare, con l’Altro, nonostante le difficoltà.

Il bisogno di sentirsi protetti e al sicuro, ma allo stesso tempo uniti e coesi, contro la paura.

La paura che ci attanaglia, che ci stringe fra le sue spire dell’incertezza. Incertezza dell’oggi, incertezza del domani.

In una sofferenza condivisa, scaturita dalle immagini e dalle notizie, che arrivano e segnano, che ci toccano, volenti o nolenti.

Le domande si accavallano: quanto durerà ancora? Quando saremo liberi, davvero? Come sarà il mondo dopo? Come sarò io dopo?

Ora sembra tutto così piccolo, così limitato, racchiuso in quattro mura, in un paese, in una città. Ben circoscritto, sospeso nel tempo. Quasi onirico, abbastanza assurdo.

Fino a qualche mese fa, era impensabile, indicibile.

E invece, siamo qui.

Siamo qui a combattere una guerra ad armi impari, con un virus microscopico, ma enormemente spaventoso. Un virus mutato, un virus mutante. Mutante… forse foriero di cambiamento?

Il papa, qualche giorno fa, ha detto “Come pensavamo di vivere sani in un mondo malato?”

Nei secoli, ci siamo forse dimenticati della nostra fragilità, della nostra vulnerabilità. E ora, uno degli esseri più antichi, viene a ricordarcelo.

Ma effettivamente, cosa possiamo fare?

Stare chiusi in casa costa, ogni giorno che passa, uno sforzo ed una fatica maggiore. Le emozioni fluttuano durante la giornata. Le ansie e le preoccupazioni si rincorrono e si accavallano. Le assenze stridono sempre di più.

Ma ci stiamo adattando, lentamente.

Stiamo resistendo, facendo fronte alle difficoltà come possiamo.

Ricercando normalità in un tempo anomalo. Facendo esercizio di libertà in uno spazio costretto. Provando a mettere ordine dentro, al disordine di fuori. Pensando positivo, in un momento negativo. Reagendo, stando fermi. Apprendendo da una situazione sconosciuta. Agendo attivamente, in una situazione che richiede la nostra inazione. Trovando nuovi modi di comunicare e essere vicini agli altri, rimanendo lontani. Sentendoci sicuri, nonostante le insicurezze. Imparando nuovi ritmi più calmi e naturali, oltre la frenesia di cui avevamo ben esperienza.

Portando avanti le nostre vite tenacemente. Aggrappandoci alla bellezza della vita, con le unghie e coi denti. Trovando risorse che non pensavamo di avere. Ricordandoci che è solo una situazione temporanea.

Non può piovere per sempre. Non si può stare a casa per sempre.

Brevemente: esercitiamo la resilienza, ovvero quella capacità intrinsecamente umana di saper affrontare con successo le situazioni avverse, che suscitano sentimenti negativi e sofferenza, proteggendosi dai loro potenziali effetti negativi. È la capacità di riportare il sistema alla condizione precedente l’evento stressante, in una sorta di omeostasi, uscendone rinforzati, se non addirittura trasformati.

E quando usciremo, come sarà il mondo là fuori?

C’è chi dice che dovremmo riiniziare ad aprire, a lavorare, per fasce d’età. Chi afferma che dovremo mantenere mascherine e distanze fino a quando non sarà pronto un vaccino.

Saremo tutti un po’ più diffidenti? Scopriremo che ci piace stare in casa? Avremo paura ad uscire, ad re- incontrarci? Apriremo nuove possibilità alla nostra vita? O troveremo un modo solidale per ritornare a stare insieme?

Dovremmo usare questa bolla di tempo per capire e decidere come vorremo essere, come il mondo vorremmo che fosse.

È il momento di interrogarci se le direzioni che ha preso l’Essere Umano possano essere cambiate. Magari verso un mondo più attento all’Altro, più ecologico. Un mondo in cui prima dei soldi, venga l’Uomo. Un mondo che non guardi solo all’individualismo e al consumismo, ma che riesca ad avere una visione di un sistema più ampio, nel quale siamo calati.

Ed attivarci, diventando noi stessi il cambiamento che vorremmo per il mondo. Piano piano, passo dopo passo.

IL VALZER DELLE COPPIE E DELLE CONVIVENZE FORZATE

 

 A cura di Elisabetta Magnani, psicologa e psicoterapeuta

 I “ricci di Schopenhauer”, quale metafora più calzante per descrivere la coppia in questo periodo ?

“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”

La metafora poi ripresa da Freud, spiega che il senso di vuoto e la monotonia che scaturiscono dalla nostra solitudine, trasposte ai nostri giorni, ci inducono ad entrare in contatto con le emozioni anche le più disturbanti (vulnerabilità, paura, impotenza, ansia) - portano di nuovo gli uomini gli uni verso gli altri in un senso di solidarietà, uniti verso un nemico comune, ma poi i loro difetti e differenze, li riporteranno di nuovo lontano.

Rimanendo in tema di ricci, come i personaggi nel libro “l’eleganza del riccio” ( M. Barbery) possiamo anche noi osservare le molteplici dimensioni del vivere in casa , dalla coppia, ai single, alla famiglia, ai bambini, agli adolescenti, gli anziani, dell’amore a distanza e degli amanti.

Prendiamo in considerazione solo alcune sfaccettature reali e non esaustive di una realtà complessa.

Nella coppia se il piano del fare e della progettualità possono essere al momento sospesi, quelli in cui si ritrova sono quelli della vicinanza emotiva e della sessualità. Molti scommettono sull’incremento di nascite a dicembre, ma anche sull’aumento dei divorzi e delle separazioni. Alcune coppie potrebbero vivere la “convivenza forzata” come il momento per ripristinare gli equilibri, l’ultimo tentativo per non lasciare andare il partner e appianare i conflitti irrisolti e consumati dalla ruggine del tempo. La vicinanza emotiva è quella più difficile su cui ritrovarsi e da ricostruire. Lo stare insieme, condividere sempre gli stessi spazi e tempi non implicano infatti la presenza e la condivisione  che costituiscono la vicinanza emotiva. Non è il periodo favorevole per affrontare argomenti di tensione e vecchi rancori, piuttosto restare sulla quotidianità e focalizzarsi sul presente significa stare sulla reciprocità nello svolgere le attività e nel programmare la giornata per cercare di trovare complicità. Se i rapporti sono in precario equilibrio è importante fare il primo passo e dare l’esempio: “ ti aiuto a fare…” Ci penso io a..” “posso aiutarti a… ?“ piuttosto che incolparsi vicendevolmente e verificare con rituali ossessivi, (ad es. con le domande ripetute), se l’altro ha rispettato perfettamente le norme igieniche.

Diviene fondamentale anche saper rispettare i bisogni di solitudine reciproci, non tutto si deve fare insieme, ed ancor più necessario prendersi e saper chiedere una pausa quotidiana nella gestione dei figli. Ritrovare una buona complicità può servire per far tornare la voglia di “riprovarci” e quindi poter parlare di ciò che non funziona.

Il rispetto dell’emotività dell’altro, attraverso l’empatia e la condivisione sono fondamentali in questa situazione di tempi rallentati e può aprire al confronto. E’ una situazione nuova per tutti e parlare di ciò che si prova - ciascuno sceglierà con quale profondità- commentare insieme le notizie, apre ad una consapevolezza emotiva che può prevenire stati di ansia , panico e tristezza. Ascoltare l’altro non vuole dire per forza farsene carico, ciascuno ha le sue sofferenze, poterne parlare e sentirsi capiti è già un grande regalo. Chi ascolta non deve trovare soluzioni per l’altro, altrimenti si rischia di aumentare il senso di impotenza già dilagante in questa emergenza.

Se non è possibile programmare vacanze è utile riguardare insieme le foto di quelle trascorse, aiuta a staccare dalle notizie negative e rivivere quelle situazioni piacevoli, ritrovandosi uniti. Inventare una cena al ristorante con menù da asporto, preparare una serata a lume di candela con i figli a letto, sono piccole sorprese che scaldano il cuore.

Le “coppie a distanza”, abituate a prendere voli e arei e a concentrare gli incontri nei weekend per “viverli intensamente”, e che possono avere una storia meno strutturata alle spalle, potrebbero vivere la “separazione forzata” per attivare il desiderio di far evolvere l’unione quando sarà possibile, oppure far emergere consapevolmente che la dimensione da single sia la scelta più appropriata. In tali casi, l’ utilizzo della tecnologia e i sistemi di videochiamata sono ottimi strumenti per alimentare la relazione e far sì che la coppia riesca ugualmente ad elaborare i vissuti legati alla lontananza , ovviamente anche la durata del periodo di separazione sarà determinante perché ciascuno trovi i propri equilibri anche senza l’altro..

Diverso invece per le coppie di amanti, con una bassa componente relazionale ed una maggior fisicità e sessualità. Qui manca la corporeità, l’abitudine agli incontri più o meno fugaci e frequenti, diviene difficile agire il tempo della trasgressione stando in casa , ed ecco che ci si apparta in auto, in camper, in garage per mettersi in contatto con l’altro con il sexting e mantenere alta la tensione erotica.

I single forse possono essere quelli più preparati o penalizzati, ma anche già abituati alla propria solitudine in casa , una vita sociale ricca fuori ( non sempre) ed ora molto connessi tecnologicamente. A loro manca il contatto diretto con qualcuno, un abbraccio, una carezza una stretta di mano, una risata, i giovani non hanno problemi a riconvertire le abitudini alle connessioni virtuali, con il rischio di overdose mediatiche e sintomi da sovraesposizione alla tecnologia.

Nella convivenza è indispensabile trovare la “giusta distanza relazionale” , ed è ciò che si negozia e si costruisce nel quotidiano con l’altro, per vivere serenamente i rapporti imparando ad accettare e rispettare sia i nostri che i bisogni altrui.

La libertà non è fare ciò che si vuole, non è ritirarsi su un monte così nessuno ci disturba. La “giusta distanza”, così come la libertà e la fiducia reciproca esistono all’interno dei legami, nel rispetto dell’altro e di sé, della collettività e della natura, e si costruiscono nella relazione che è una parte terza rispetto i soggetti coinvolti.

IL CORPO NEGATO

A cura della dott.ssa Laura Padula, psicologa

E’ difficile abituarci a delle costrizioni, come quella di stare lontano dagli altri e non potersi più toccare con un bacio o abbraccio, sempre che ci si possa abituare a non fare ciò che fa parte del nostro mostrarci ed essere in relazione con gli altri. Questo perché il corpo è espressione ed è movimento; esso si muove prima di noi, prima dei nostri pensieri, perché sente, percepisce, elabora ed agisce.

Gli abbracci e i saluti sono stati sostituiti da mani che si agitano sugli schermi per un saluto, da bocche che si avvicinano alla camera per mandare un bacio al proprio amato o amata o ai propri cari. Lo schermo paradossalmente ci avvicina agli altri pur stando nella distanza di questo momento. A volte vorremmo bucarlo per toccare l’altro. Ci sentiamo castrati probabilmente.

Non ci sono più abbracci che contengono il dolore quando una persona muore, non ci sono strette di mano tra colleghi, non ci sono saluti tra amici. Non ci sono corpi da toccare per esprimere conforto e sostegno e tutto questo perché il corpo è diventato veicolo di un nemico invisibile che bisogna combattere.

Ognuno sta vivendo le proprie emozioni nel proprio corpo, e paradossalmente, quello a cui prima rischiavamo di non dare troppa attenzione, sta diventando il centro dei nostri pensieri; ogni minimo avvertimento che sentiamo potrebbe essere indice di qualcosa che non va, e allora si attiva la paura, l’ansia e l’angoscia. Forse il corpo però ci sta solo comunicando le nostre sensazioni in un momento in cui siamo più aperti all’emotività, in cui siamo in ascolto di noi stessi, e ci sta insegnando a prenderci cura di lui. Perché, prendersene cura, non avviene solo ad un livello esteriore, ma anche e soprattutto a quello interiore, in quanto nella misura in cui ci prendiamo cura del corpo, allora ci stiamo prendendo cura di noi e ci stiamo volendo bene.

Se in questo momento non possiamo essere abbracciati da chi ci sta intorno, stiamo imparando però ad abbracciarci da soli, a darci conforto e sentirci vicini con noi stessi attraverso una carezza. Stiamo imparando ad accarezzare la nostra pelle che ci divide dagli altri e ci unisce a noi stessi. Abbracciamoci quindi con la parte intima di noi stessi che mai come ora ha bisogno di quella cura profonda per sentirci vivi e in connessione.

Perché contatto non significa solo toccare, ma significa anche avvicinarsi a sé stessi e agli altri con tatto, con garbo, con delicatezza, con gentilezza, con orecchie che ascoltano, con occhi che parlano e con parole che danno voce alle emozioni, alle paure e ai sentimenti.

Sarà possibile fare questo anche dopo che la pandemia sarà finita?

Cosa accadrà in quel dopo tanto atteso e immaginato, fatto di unione e vicinanza?

Torneremo a toccarci liberamente?

Torneremo ad essere uno accanto all’altro senza aver paura di un possibile contagio?

Continueremo ancora a guardarci negli occhi invece di abbassarli come facciamo ora?

Sono tanti gli interrogativi che ci stiamo ponendo sul dopo, sarà difficile la ripresa, spinti dalla paura di una minaccia che può essere ancora presente e che non sappiamo in quale corpo si annida.

Potremmo non avere risposte al momento ma sicuramente qualsiasi risposta e comportamento che metteremo in atto sarà frutto delle valutazioni che avremo fatto e del periodo che avremo passato e tutto questo, azzardo a dire, sarà lecito e legittimo così, nella misura in cui una persona si senta spinta verso l’altro o sia portata ad allontanarsene. Non ci sarà un giusto o sbagliato, né persone buone o cattive, ma solo persone che si metteranno in relazione con l’altro nella misura in cui sentono che sia funzionale e protettivo per loro.

La vicinanza con l’altro non avviene solo con il corpo, questo non è in contraddizione con quanto detto in precedenza, è importante sviluppare gli altri sensi per sentire l’altro e accoglierlo dentro di noi, per fargli comprendere la nostra presenza nel suo cammino di vita. Nella misura in cui stiamo imparando a non toccarci, stiamo anche imparando ad utilizzare gli altri organi a nostra disposizione, dotati di sensibilità ed estrema delicatezza. Se nel futuro della nostra vita toccarci continuerà ad essere difficile o ci porterà ad essere diffidenti, sarà importante affidarci e permetterci di utilizzare quei modi che abbiamo sviluppato di stare in relazione con l’altro, che travalicano il corpo e la mente e che sono fatti invece di sensazioni e dove anche le parole andranno utilizzate con maggior rispetto e acquisiranno un “peso” più significativo all’interno della relazione.

 

Dott.ssa Laura Padula

Psicologa

 

 

GRAZIE!

 

a cura di dott.ssa  Elisabetta Magnani e Barbara dagli Alberi

In questa parola tanto comune, anche se spesso nell’uso viene automatizzata o ancor più dimenticata, si concentrano in realtà molti significati.

È una parola capace di dar valore e rendere importante il gesto più piccolo, l’oggetto più banale, l’intenzione più umile e modesta.

Grazie! Nel dire grazie omettiamo l’atto di “rendere grazie” a qualcuno, cioè esprimiamo il piacere di riconoscergli una gentilezza. La vera gratitudine presuppone il non il sentirsi in obbligo di ricambiare un favore o ringraziare qualcuno per un regalo ricevuto.

La gratitudine è un atteggiamento empatico verso gli altri che presuppone la consapevolezza di sé e saper cogliere negli altri spunti per la propria crescita personale. Si manifesta quando riconosciamo il valore dell’altro nella nostra vita, quando ne apprezziamo i gesti incondizionati, sentendo in noi il desiderio di ricambiare.Già in diverse filosofie/religioni orientali si parlava dell’importanza di coltivare quotidianamente la nostra gratitudine.

In questi giorni, la gratitudine è per tutti coloro che , con grande serietà e responsabilità di ruolo, hanno messo a disposizione le loro competenze, la loro umanità, con sforzi intensi,  anteponendo il rischio alla loro vita e a quella dei loro cari.

Sonja Lyubomirsky una professoressa americana presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università della California, definisce la gratitudine come “un senso di meraviglia, riconoscenza e apprezzamento”. Ciò significa che si riconosce alla gratitudine la qualità di migliorare al massimo l’umore di chi la pratica. Considerarsi fortunati per ciò che di bello si possiede nella propria vita, aumenta il buon umore perché aiuta a trarre piacere da qualsiasi situazione si stia vivendo in quel momento.
Ci impedisce di dare qualcosa per scontato, e questo va a contrastare gli effetti di quello che in psicologia viene chiamato “adattamento edonistico”, cioè quando ci si abitua talmente tanto alle cose buone da non riconoscerle più come tali e così passano in secondo piano rendendoci meno felici.
Se invece impariamo di nuovo ad applicare la gratitudine possiamo riscoprire come poterci di nuovo emozionare e provare un senso di pace e benessere, indispensabili per ridurre il dolore provocato da sentimenti come rabbia, invidia, tristezza.

Sentirsi grati per qualcosa o qualcuno ha un effetto di trasformazione, non solo su di noi ma anche verso quelle persone a cui rivolgiamo la nostra gratitudine.
Questo perché, come sosteneva Adam Smith, filosofo ed economista del ‘700: “L’espressione della gratitudine è anche ritenuta capace di stimolare comportamenti morali, come aiutare gli altri, e di aiutare a formare legami sociali”.

Praticare la gratitudine permette di sentirci soddisfatti di noi stessi, di provare quel senso di felicità in grado di farci tornare il sorriso.
Ti è mai capitato di essere felice in momenti o situazioni che a te sembravano di poca importanza?
Di emozionarti davanti ad un tramonto, o risvegliare piacevoli ricordi solo attraverso il profumo di un cibo che stavi cucinando o provare un senso di tranquillità ascoltando un brano musicale?

Certo non sempre è facile provare gratitudine soprattutto quando siamo preoccupati, stressati o impauriti.
Ma esistono alcune strategie che ci vengono in aiuto per forzare il nostro cervello ad entrare in uno stato di gratitudine indipendentemente dalla situazione disagevole in cui ci troviamo.

Eccone alcune facilmente applicabili:

1) Tieni un diario della gratitudine
Scrivere un diario in cui ogni giorno, prima di andare a dormire, annotare 5 cose per cui siamo stati grati nel corso della giornata è un ottimo strumento per riconnetterci con noi stessi.
In questa scelta non esistono le categorie giuste o sbagliate. Bastano anche semplici eventi o situazioni che ci hanno fatto stare bene: un buon pasto, una conversazione piacevole, un piccolo successo, la telefonata di un amico, un raggio di sole che filtra dalla finestra, accudire un fiore, accarezzare un animale...Senti dentro di te la gratitudine e la riconoscenza. E ringrazia.

2) Usa i 5 sensi

Essere in salute significa anche ricordarci dei nostri 5 sensi. Durante la giornata concentrati sulla percezione del tuo mondo anche attraverso la vista, l’olfatto, l’udito, il gusto e il tatto: guardare fuori dalla finestra e vedere un’immagine che ti fa sorridere, ascoltare un brano musicale che ti fa provare piacere, un profumo che ti porta indietro nel tempo, il sapore di un piatto che ti suscita gioia, l’acqua calda sulla pelle che ti dona serenità.

3) Ripeti un mantra

Un mantra è una frase, generalmente breve, che va ripetuta costantemente.
Trova un mantra che ti sia di ispirazione e che ti susciti dentro un forte sentimento di gratitudine e ripetilo più volte durante la tua giornata.

 La gratitudine ci ricorda che possiamo essere felici ora in questo momento, e che proprio facendo leva su questa emozione possiamo tenere alta la nostra energia positiva che ci consente di contrastare quella negativa legata a sentimenti di ansia e paura.

Ogni tanto nell’arco della tua giornata ricordati di ciò che di bello hai e che ti circonda perché più ti alleni in questa pratica, più vedrai cambiamenti sia dentro che e fuori di te.

 

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