L’ATTESA DURANTE IL CORONAVIRUS

 

A cura della dott.ssa Elisa Varotti, psicologa e psicoterapeuta

Anche nelle condizioni più inospitali i bambini nascono. Come a dire che la vita vince sempre. Vince sul dolore, sulla fatica, sulle difficoltà, sulle paure, sulle incertezze, sull’inospitalità.

 Ad un certo punto i piccoli arrivano. Non importa se il mondo fuori è pronto ad accoglierli, se le condizioni sono perfette per la loro nascita. I bambini nascono e basta e così accade anche in questi giorni.

 Solo che, in queste settimane di emergenza, le mamme e i papà di questi nascituri sono spesso devastati e in preda alla paura, all’ansia e allo spavento che l’evento nascita porta con sé. Da sempre l’attesa di un figlio è un percorso e un processo che scatena nelle mamme e nei papà le più variegate sfumature emotive che ogni persona è in grado di provare, ma in questo caso, dei genitori di cui sto parlando queste emozioni sono del tutto particolari. E questo perché sono immersi in una doppia sfida elaborativa: quella relativa alla gravidanza, al percorso di genitorialità che stanno vivendo e quella legata al contesto in cui il loro divenire genitori accade; un contesto che non è più quello abituale e con il quale inevitabilmente devono fare i conti venendo meno le possibilità di realizzazione di pensieri e fantasie che su di esso si basavano. Il solo pensare ad esempio di uscire a passeggiare con la carrozzina potendosi fermare a prendere un caffè al bar oppure trovarsi a chiacchierare al parco vicino a casa con qualche altra mamma alle prese con le stesse difficoltà che ogni donna nel suo divenire madre incontra, o ancora ricevere visite a casa da persone gradite o poter contare sulla presenza dei propri genitori nei primi giorni di adattamento alla nuova vita sono pensieri e fantasie che in questo nuovo contesto in cui alloggiamo non possono trovare realtà.

Altro elemento importante è che durante questo periodo molti consultori familiari e strutture che organizzavano corsi pre parto o di accompagnamento alla genitorialità hanno sospeso le loro attività lasciando di fatto molti genitori soli ad affrontare, pianificare e gestire la loro attesa.

Ancora, causa coronavirus, molte aziende ospedaliere si sono riorganizzate accentrando i punti nascita in pochi presidi e obbligando così le coppie ad andare a partorire in luoghi che spesso non erano la loro prima scelta per tutta una serie di legittime ragioni che ogni coppia intimamente condivide nell’aspettare il loro bambino. 

Ad arricchire il quadro è che in questa solitudine prenatale, molti ospedali hanno dettato nuove regole attorno all’evento nascita che prescrivono l’accesso ai papà o comunque all’altro genitore solo durante il parto o addirittura nessun accesso, lasciando esclusivamente il diritto alle partorienti di entrare ed essere assistite all’interno degli ospedali.

Padri (¹) quindi, poco presenti o addirittura esclusi dalla possibilità di partecipare alla nascita dei propri figli e compartecipare al dolore, alla fatica, alla gioia e chissà quali altre mille emozioni con le loro compagne. Come se non servissero, non fossero indispensabili e a sottolineare che il focus medico in questo caso di estrema straordinarietà è la diade madre bambino.

 Questioni di emergenza, di prevenzione, di regole, di procedure, di prassi, di mancanza di dispositivi di sicurezza per tutti, di risorse, di personale....

 Tutto vero, ma veri sono anche i sentimenti di questi neogenitori che si trovano ad accogliere i loro piccoli in modi inaspettati e imprevisti.

Il loro sognare di essere presenti e compresenti, di esserci come coppia e come coppia genitoriale, di vivere e condividere un momento estremamente intimo e trasformante si sfalda sullo sfondo dell’emergenza lasciando spazio a sentimenti di vuoto, di tristezza e di mancanza che hanno il sapore del lutto. Il lutto di non poterci essere, di non poter stare, di non poter toccare, annusare, sentire, vedere, conoscere e riconoscere.

 Per cui cari genitori avete ragione ad essere spaventati, tristi e forse anche un po' arrabbiati perché non potrete essere insieme ad assistere ai primi respiri e al profumo di nuovo che i bambini sanno infondere. E sono sicura che questo pezzo vi mancherà nella vostra vita, di questo momento intriso di un’intimità sconvolgente seppur i reparti ospedalieri a volte assomigliano a tutt’altro che a luoghi capaci di proteggere la nostra intimità. E vi mancheranno anche i nonni o le persone care che avevate immaginato di avere nella sala d’aspetto a fare il tifo per voi o in coda in reparto per vedervi nei giorni successivi durante gli orari di visita consentiti.

Se le regole del sistema in emergenza hanno puntato sull’esclusione o ridimensionamento della presenza dei padri  in ospedale per il fatto che non sono loro a poter partorire né tantomeno allattare i nuovi nati, posizionandoli in una dimensione umana, sociale e psicologica del non è compito tuo, non servi qui, non sei utile adesso e amplificando la differenza che già la natura da sempre ha stabilito, vorrei invece dire loro che il loro esserci e la loro presenza è fondamentale! Fondamentale per il supporto che possono dare alle loro compagne, per condividere i primi sguardi che si direzionano verso un oggetto, il bambino, che da sognato, pensato, amato diventa realtà da pensare, sognare, amare e accudire e importantissimi per creare da subito quella indispensabile dimensione relazionale a tre tra i genitori e il bambino. 

Ciò che forse nessuno vi ha ancora detto è che la vicinanza, la presenza, l’esserci non è solo quello fisico ma soprattutto è uno stato mentale, ed è su questo tipo di presenza che dovrete puntare e contare. 

Saranno diverse queste nascite da come le avevate immaginate e pensate, ma ciò che è certo è che i vostri bimbi nasceranno ugualmente!

E questo è l’importante, la possibilità di averli quando sarà il giusto tempo tra le vostre braccia. Non è facile per voi accettare la lontananza che il virus e le disposizioni impongono ma prima lo fate e prima riuscirete a immaginare e fantasticare modi alternativi per esserci e potervi gustare l’arrivo dei vostri bimbi. Penso a videochiamate a non finire, a fotografie, messaggi vocali, pensieri scritti, canzoni, video che possano in qualche modo riempire la distanza: penso a come nei giorni successivi al rientro o quando sarete pronti, potrete insieme ricostruire attraverso un video o un album o qualunque cosa nasca dalla vostra fantasia, tutti i momenti che avete condiviso per creare una storia comune, la vostra storia dell’arrivo del vostro bambino. Raccontatevi i vostri momenti, le vostre emozioni, i vostri pensieri e il vostro fare; pensateli insieme i vostri pensieri e rendeteli lo sfondo e la cornice dell’arrivo di vostro figlio. Potete coinvolgere anche i fratellini se ci sono, i nonni o le persone a voi care includendo in questa narrazione anche le loro emozioni e i loro gesti. Sarà un modo per voi di ricostruire la presenza nella distanza e un regalo bellissimo che il vostro bambino o la vostra bambina potranno ricevere nel futuro. 

Sarà sicuramente diverso da come lo avevate pensato ma sarà il modo migliore che avrete trovato per fronteggiare questa situazione e le severe regole che impone e non è detto che non possiate anche scoprire opportunità e risorse nuove e inaspettate. 

E sognate il momento in cui, finalmente a casa vi abbraccerete e vi guarderete come coppia e come famiglia: sarà un nuovo inizio del vostro esserci per voi e per il vostro bambino. Sarà un primo pezzetto fatto. E poi verrà tutto il resto. Buona vita a tutti!

Dott.ssa Varotti Elisa 

(¹) Ci riferiamo con padre anche alla presenza di "altri genitori"

LA NOIA 

 

A cura della Dott.ssa Elisabetta Magnani

La noia è un sentimento che abbiamo provato tutti e che caratterizza le fasi della vita in modo diverso. Lo vivono i bambini che lo esprimono con il “non so cosa fare” e la varie punzecchiature o dispetti, gli adolescenti con il loro vagare in casa o su internet e i musi lunghi, gli adulti perennemente insoddisfatti di ciò che fanno e gli anziani per i quali tutto sembra già visto. E’ un sentimento antico che l’uomo conosce fin dai tempi primitivi.

La noia è quella che ci fa stare sul divano davanti alla tv a guardare quel che capita senza interesse, anzi la tv ci impedisce di pensare, oppure è quella che ci affianca mentre navighiamo in internet per ore in cerca di non si sa che cosa, o ancora mentre chattiamo senza dirci nulla.

 La noia si riferisce a uno stato d’animo che può portare alla tristezza e talvolta alla depressione, derivante dalla monotonia, dalla ripetizione degli stessi stimoli, dall’ incapacità di trovare interesse per ciò che si fa, dal senso di vuoto generato dalla routine della nostra vita, che può scaturire anche impazienza e irritazione. La noia ci fa sentire incompleti, senza meta, sfiduciati e inermi, altre volte diventa pigrizia .

La noia si può esprimere in una dimensione più soporifera, per cui si reagisce dormendo , infatti cadere in un sonno anestetico ci permette di tenere lontano il contatto con le nostre emozioni “negative” per poi risvegliarsi, talvolta con il senso di colpa “non ho fatto nulla”; oppure canalizzarsi in una dimensione più attiva , in cui si cerca di fare qualcosa per “ammazzare il tempo” ma il senso non lo si trova, è l’assenza di un’attività appagante in quel momento.

Per alcuni la noia è non avere nulla da fare ( piano delle azioni) , per altri la mancanza di interesse e di entusiasmo (piano intellettivo) per altri sul piano delle emozioni non vivere qualcosa di forte che da' i brividi o adrenalina, per cui per citare la vecchia canzone di Califano "tutto il resto è noia”. Molti altri artisti hanno citato la noia: Leopardi, Manzoni, Moravia, Vasco Rossi e tanti altri per dire quanto essa meriti una riflessione.

La noia è un emozione ben conosciuta da chi vive in situazioni di costrizioni quali una carcerazione. La noia sale quando si toglie il senso di controllo che ciascuno esercita sulla propria vita, per fortuna la mente può “migrare” a ricordi più o meno lontani a riviverli, a ridare loro nuovi significati così come con l’immaginazione prefigurarsi altre situazioni, o ancor meglio utilizzare questo pensiero per creare gli scenari futuri in cui vivere.

Forse proprio la noia è stata quella che ha permesso all’uomo delle grotte di Lascaux di iniziare ad usare il pensiero astratto per raffigurare attraverso i segni grafici le scene di caccia, per ricordare, per rivivere e fissare quei momenti salienti, ma anche per prepararsi alla prossima battuta di caccia e in qualche modo pianificare e tenersi pronti e allenati mentalmente per affrontarla.

Sperimentare la noia ci fa capire anche cosa preferiamo fare, non ci basta riempirci la giornata di cose da fare , la noia ci dice che non siamo vitali in quella direzione. La noia se ascoltata ci spinge lontano da quella situazione, ci porta a pensare a nuove soluzioni di maggior soddisfazione.

La noia può essere anche un vissuto personale che ha origini profonde . Può celare credenze negative su di sé, il senso di inadeguatezza e di incapacità e la depressione. La noia segnala un rapporto alterato con i propri bisogni più profondi: per cui si è incapaci di riconoscere i propri desideri, scopi e ciò che ci fa star bene. Chi si annoia ha imparato a  reprimere i propri bisogni autentici, quelli che ci fanno sentire appagati e felici.

L’assenza di desiderio, può proteggere dalla frustrazione di non realizzare certi progetti per paura di fallire e ritrovarsi incapaci, quindi “se non desidero, non soffro” ma sopprimere il Sé desiderante non è evolutivo per la persona, pertanto la noia si configura come un meccanismo di protezione rispetto al fallimento dell’irrealizzabilità dei propri scopi. Spesso chi vive la noia si sente inadeguato e incapace di raggiungere i propri obiettivi e traguardi di vita, pertanto non vale la pena desiderarli e confrontarsi con essi. La quotidianità diventa grigia, nulla è entusiasmante o coinvolgente.

La noia, percepita così fastidiosa ed irritante , può essere vissuta come un segnale evolutivo.                                                                                   Non si sconfigge cercando sempre nuovi stimoli, ma cercando di trarre giovamento dalle cose che già facciamo. Sorprendetevi nel cercare nuovi aspetti in una cosa che avete sempre fatto, ed evitate di fronte alle situazioni nuove di dire in anticipo “ so già come va a finire”, rimanete aperti e curiosi, evitando in tal modo le self-fulfilling prophecy[.1] 

La noia orienta le scelte, cosa ci piace e ci interessa fare , anche nei bambini.

La noia porta allo sviluppo di un Sé più autentico, in grado di riconoscere e legittimare i propri bisogni e desideri e di ritrovare grazie alla immaginazione e al pensiero astratto le strade per raggiungerli.

Nella vita non tutto è scontato, avere un lavoro, un partner, una famiglia, gli amici ecc. è bastato questo piccolo virus per rimettere in gioco molte certezze.                              

Vi è mai capitato di vivere delle “esperienze di flusso” ? Sono situazioni diametralmente opposte alla noia. Csikszentmihaly ( 1975) utilizzò questa espressione per definire uno stato mentale in cui la persona è totalmente assorta e concentrata in un’esperienza tanto da perdere la percezione del tempo, lo stato d'animo è positivo, è difficilmente disturbabile da stimoli esterni e ottiene un’ottima performance. E’ un’esperienza di apprendimento ottimale che avviene quando si possiedono buone capacità , vi è interesse per ciò che si fa, e il compito / attività da svolgere viene stimato un po’ superiore alle proprie risorse ma non impossibile da raggiungere, per cui diviene una sfida . E' una situazione psicofisica che ha trovato molte applicazioni nel settore dell'apprendimento, dello sport , 

Applicate il Kaizen[2]  ai vostri comportamenti , ovvero dall'ideogramma giapponese  “cambiare in meglio” i nostri comportamenti. Possiamo sempre auto migliorarci partendo da ciò che già facciamo bene e chiediamoci: come potevo farlo meglio, cosa potevo migliorare? Oppure concentriamoci su ciò che non ci piace di noi e vogliamo modificare .

Vi lascio alle parole della poetessa Marianne Williamson citata nel famoso discorso di insediamento di Nelson Mandela nel 1994.

La nostra più grande paura non è di essere inadeguati.

La nostra più grande paura è di essere potenti oltre ogni limite.

E’ la nostra luce , non la nostra ombra, a spaventarci di più.

Ci domandiamo: “ chi siamo noi per essere brillanti, e pieni di talento, favolosi?

In realtà chi siamo noi per non poterlo essere?

Il nostro giocare in piccolo non aiuta il mondo.

Non c’è nulla di illuminato nello sminuire se stessi per non metter a disagio chi ci circonda.

Siamo nati per manifestare lo splendore che si racchiude in noi, e non solo in alcuni di noi ma in tutti.

E quando finalmente permettiamo alla nostra luce di risplendere , inconsapevolmente, diamo la possibilità agli altri di fare altrettanto.

Quando ci liberiamo dalle paure , la nostra presenza è sufficiente a liberare gli altri.”

 

[1] Self-fulfilling prophecy : è una profezia che si autoadempie o si autoavvera. Tutte le volte che una persona è convinta o ha timore che si verifichino certi eventi, altera in modo inconsapevole il proprio  comportamento per far sì che si verifichino. Ad esempio è molto facile che se mi dicono che dovrò incontrare un gruppo di persone molto ostili io inizierò a pensare a come gestirle, per cui io stesso terrò dei comportamenti di maggior ostilità, freddezza, scarsa apertura che a loro volta genereranno sospetto, chiusura e ostilità negli altri , e alla fine dirò “ avevo proprio ragione sono ostili”.

Nel film Matrix (1999), l'Oracolo fa riflettere il protagonista Neo sulle profezie che si autoadempiono. Al loro primo incontro, gli dice di non preoccuparsi per il vaso: Neo si guarda intorno per capire di cosa sta parlando la donna, e così facendo urta un vaso e lo rompe. L'Oracolo gli chiede di meditare sul punto chiave: se non avesse detto niente, lo avrebbe rotto lo stesso?

[2] Kaizen significa cambiare in meglio, miglioramento continuo. È stato coniato da Masaaki Imai nel (1986)per descrivere la filosofia di business che supportava i successi dell'industria nipponica negli anni ‘80 con particolare riferimento alla Toyota, tanto da rappresentare il sinonimo di Toyotismo. La filosofia dell’automiglioramento continuo possiamo applicarla anche ai nostri comportamenti.

 

VIVERE LA DIPENDENZA

A cura della dott. ssa Laura Padula, psicologa 

Siamo tutti dipendenti da qualcosa o da qualcuno. Se ce lo chiediamo, facciamo fatica a dire da cosa o da chi. Se facciamo alcuni esempi, vediamo come il bambino dipende dalla madre, l’adolescente dagli amici, l’innamorat dal suo amato/a, chi fa uso di alcol dipende dalla bottiglia, chi fa uso di sostanze dipende da esse, chi dipende dal gioco, dal sesso o dalle sigarette altrettanto. Il malato dipende dai suoi cari, dai medici e dalla sua stessa malattia, un gatto o un cane dipendono da chi se ne prende cura, i lavoratori per vivere dipendono dal loro stipendio. Tutti dipendiamo da un telefono per sentire gli altri, da una penna per scrivere, da un computer o tablet per le videochiamate, dall’acqua e dal cibo per sopravvivere, talmente tanto che abbiamo assunto un comportamento bulimico in questi giorni pur di riempirci e non rimanerne senza.

Si potrebbe obiettare che molti siano bisogni primari, come l’acqua o il cibo, motivo per il quale non si può parlare di una dipendenza, per cui sarebbe più corretto utilizzare l’espressione “Abbiamo bisogno di”. Potremmo affermare che abbiamo bisogno dell’altro o di qualcos’altro per essere noi stessi e per vivere.

Inoltre, se pensiamo a tutte le forme di dipendenza qui sopra descritte, potremmo forse dire che essa ci fornisce una categorizzazione, ci aiuta a collocarci nel mondo e assumere un’identità attraverso cui riconoscerci. Sembra paradossale dirlo, ma il cosiddetto alcolizzato o tossicodipendente, hanno una categoria in cui ritrovarsi.

Secondo l’approccio ecologico sociale, introdotto da Hudolin negli anni ‘90, come approccio sistemico e secondo cui tutti i comportamenti sono interconnessi e secondo cui le persone sono responsabili le une delle altre, chi fa uso di sostanze o di alcol, non è da categorizzare come una persona alcolizzata o tossicodipendente, ma come una persona che in questo momento di vita sta attraversando una fase critica, in cui si serve di qualcosa di esterno per vivere. È altresì importante soffermarsi sul fatto che chi ha comportamenti di dipendenza ha una relazione speciale con il suo oggetto. Non è quindi il tipo di sostanza o attività a causare la dipendenza, ma la relazione che si crea tra soggetto e oggetto. A questo, la domanda che segue è: che significato ha per quella persona, quella bottiglia o quella sostanza?

Chi è la persona che fa uso di alcol o sostanze, senza la sua bottiglia o senza la sua sostanza? È una questione di identità e relativo riconoscimento per se stesso e per gli altri?

Nelle dipendenze più conclamate, la persona ha bisogno di qualcosa di esterno per ritrovarsi o per perdersi, o per perdersi di nuovo nel momento in cui si ritrova. Sono tutti modi che la allontanano dal pensiero di ciò che è, da ciò che avrebbe voluto essere, da quello che è diventata e non ha accettato o da quello non riesce ad essere.

Secondo Bateson, l’alcol è semplicemente una fuga dalla schiavitù personale. Le cause e le ragioni dell’alcolismo devono essere ricercate nella vita della persona quando è sobrio. Se il suo modo di essere sobrio lo spinge a bere, questo deve contenere un errore o una patologia.

Vi sono casi estremi di intossicazione da alcol per trovare in esso sollievo da comuni dispiaceri, risentimenti o dolori fisici. Si potrebbe sostenere che l’azione anestetica dell’alcol fornisce un adattamento per non sentire il dispiacere, la frustrazione, il risentimento che invece, se mimimamente percepiti, diventano scuse per bere.

Ma se ci riflettiamo, non è allo stesso modo un comportamento che mettiamo in atto tutti, seppur in altri modi e con altri mezzi? Pensiamo a quando non vogliamo pensare a qualcosa, che ci riempiamo talmente tanto la vita e le giornate di cose da fare, pur di non pensare e non stare fermi. E soprattutto in questo periodo di blocco e isolamento, ciò si è acutizzato al punto tale da riempirsi di appuntamenti con videochiamate o ricette da sperimentare, pur di avere dei rituali da seguire che occupino il tempo e il pensiero. Pensiamo a quando siamo tristi, tanto da rintanarci in qualcosa di dolce o di estremamente appetitoso per noi, pur di riequilibrare quella tristezza interna che a tratti diventa destabilizzante e troppo profonda da sentire.

Tutti noi, nessuno escluso, mettiamo in atto comportamenti dipendenti, pur di non attraversare quel mare in tempesta che si scaglia contro le rocce del nostro cuore e della mente, perché preferiamo riempirci con qualcosa di esterno, pur di non sentire quel marasma che viene da dentro fatto di emozioni pure e semplici, a volte complesse, ma che fanno parte di noi, e che se accolte, ci introducono nella dimensione dell’accettazione di ciò che siamo, per poi avviarci o mostrarci la strada di quello che possiamo cambiare, se solo ci permettessimo di assumerci delle responsabilità. Forse il nostro interno necessita di essere rinfrescato, riabbellito, rimodernato e dipinto con nuovi colori. Saremo in grado di farlo senza far affidamento su quella stampella emotiva rappresentata dall’alcol, dalla sostanza, o da qualsiasi altro oggetto? Potrei forse suggerire che la bottiglia è possibile crearla dentro di noi, come un raccoglitore di ciò che viene vissuto o come contenitore da cui si può prendere per agire fuori, e che noi possiamo diventare la sostanza di noi stessi, evitando di essere quell’oggetto di cui quella sostanza si serve e si nutre per agire.

Se andiamo più nel profondo, potremmo forse dire che la dipendenza si lega al concetto di libertà, che non ci concediamo se non nella misura in cui siamo legati a ciò che ci permettiamo di fare, senza avere paura dell’incertezza. Perché la dipendenza ci dà certezza, ci dice che non siamo soli, unici e solitari nella nostra condizione sociale.

Le dipendenze, inoltre, hanno un risvolto nei contesti di vita della persona; ecco che si generano crisi tra le coppie, famiglie che scoppiano, figli che non parlano con i genitori, genitori che si allontano. Ogni sistema si modifica. Nell’ottica dell’approccio ecologico sociale, che vede interdipendenti i comportamenti di tutti all’interno dei sistemi di riferimento, ogni persona e famiglia è vista come risorsa del cambiamento e non solo come causa o oggetto del trattamento. Il sistema di appartenenza, inteso come elemento costituente dell'esistere, può essere cornice di cambiamento se tutti all’interno del sistema familiare pensano che il problema della dipendenza non sia solo di chi ne fa uso, ma anche di ognuno individualmente. Così nella cultura più ampia, il problema della dipendenza è un problema di tutti. Con il cambiamento degli stili di vita, orientati al benessere ed alla ricerca della bellezza, si possono porre i primi passi per un cambiamento della cultura in generale. 

Come diceva Vladimir Hudolin (1996) tutti noi non lavoriamo solamente per l’astinenza, ma per la famiglia, per la sobrietà, per una vita migliore, per una crescita e maturazione e infine per la pace. La pace non può essere conquistata se prima di tutto non siamo in grado di averla dentro di noi: una pace nel cuore, una possibilità di riguadagnare la gioia di vivere, la riappropriazione del proprio futuro, un superamento, una trascendenza da se stessi. Questa è la ragione sulla quale Hudolin ha indicato ai club, (che sono gruppi di cui tutta la famiglia può farne parte in relazione alla dipendenza presente), di fondare la loro azione sull'amore, sulla solidarietà, sull'amicizia e, successivamente sul rispetto della diversità. Tale visione permette la realizzazione di ogni intimità autentica, liberata dalla centralità dell'Io, ed alla consapevolezza, profondamente ecologica e spirituale, che tutto ciò che noi facciamo è inscindibilmente legato a ciò che ci circonda in un rapporto circolare e ricorsivo.

Ultima riflessione da portare alla luce, è che il bere insieme ad altri ha sempre simboleggiato l’aggregazione sociale di persone unite in comunione. Si pensa che l’alcol induca l’individuo a sentirsi ed agire come una parte del gruppo; cioè l’alcol permette la complementarità nei rapporti che lo circondano.

Chi siamo quindi quando siamo da soli?

Buona ricerca.

dott.ssa Laura Padula

 

IL TEMPO FUORI E DENTRO DI NOI

A cura Dott.ssa Laura Padula, psicologa

Anche le parole che ora diciamo

Il tempo nella sua rapina

Ha già portato via

E nulla torna.

Ho fermato l’orologio. C’è un tempo, in questo periodo, che scorre fuori da me, diverso da quello che scorre dentro di me. Momenti che si alternano, giornate che a volte sembrano uguali, chiamate in attesa, videochiamate per cui prepararsi. C’è un tempo e non c’è allo stesso tempo. È un concetto astratto in questo muoversi fuori e dentro da me.

Se escludiamo le persone che sono ancora a lavoro, o quelle che lavorano da casa, per quelle costrette all’isolamento, non ci sono più agende da consultare, non ci sono appuntamenti da prendere, le scadenze sono state rimandate, i cellulari si guardano solo per le chiamate e non più per il calendario. Anzi, gli appuntamenti dell’adesso sono diventati le videochiamate in coda e al massimo il timer per una torta o una focaccia che cuoce in forno. Gli orari sono dilatati, le sveglie hanno smesso di suonare al mattino presto, i turni nei bagni in condivisione sono sospesi, le colazioni e i pranzi e le cene seguono il tempo della nostra fame e non degli orari imposti.

Ma allo stesso tempo, c’è un tempo fuori da noi dettato dal suo scorrere, dal sorgere del sole, dal suo tramontare, dall’apparire della luna e poi di nuovo dal sorgere. C’è un tempo dettato dai giorni che passano, segnati sul calendario, dalle ore, dai minuti e dai secondi, stagioni che passano e altre che arrivano, come a dirci che nulla si ferma, e che tutto va avanti anche senza il nostro volere.

Mi sto interrogando su cosa sia il tempo; il tempo è ciò che racchiude il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.

Siamo parlati dal nostro passato perché è ciò che è stato; è quello che è accaduto, quello che non posso più modificare. Siamo abituati a vivere in un passato che rappresenta la nostra storia, che fa parte dei nostri ricordi, dove ricordare significa non solo portare alla mente, ma anche rivivere con il cuore ciò che è stato vissuto. Il passato ci narra, ci fa narrare da chi ci conosce, ci dice se e dove abbiamo sbagliato, se e come abbiamo fatto giusto.

Poi c’è il futuro; il futuro è per sua natura l’immaginato, l’incerto, l’incostante, il pauroso, l’angosciante, il mai definito e sempre con la domanda se arriverà. Il futuro ci dà un orizzonte, non ci fa vedere, per certi versi, la finitudine della nostra vita, ci fa credere eterni, quanto meno per gli anni che ognuno ha. Il futuro ci fa creare delle aspettative, ci spinge a sperare che qualcosa di buono possa accadere, che le cose si sistemeranno, che tutto troverà un suo posto. Quanto spesso diciamo che il tempo sistema tutto? Ma in questo tempo, è il tempo che aggiusta tutto o siamo noi che, nel frattempo, agiamo per mettere ordine alle cose?

E il presente? Cosa ne è di questo presente, di questo “qui ed ora” tanto agognato da filosofie orientali che ci dicono che dobbiamo vivere quello che sta accadendo in questo momento? Che valore stiamo dando a quello che sembra essere un presente eterno? Lo stiamo vivendo per davvero?

Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo.

Il presente è l’adesso, quello che sentiamo ora mentre leggiamo, quello che viviamo mentre ascoltiamo delle parole, e tra un attimo sarà già passato.

Ci diamo mai il permesso di ascoltare ciò che il nostro momento presente ci sta dicendo? Stiamo bene, stiamo male, abbiamo voglia di fare delle cose, cosa ci dicono i nostri pensieri e il nostro corpo? Come ci parlano le nostre mani e di cosa ci parlano?

Guardo dalla finestra e il presente è già passato, volato. Il presente è un attimo, è un istante, è l’immediato.

Se pensiamo al passato, a quella che era la nostra vita sino ad un mese fa, eravamo sempre di fretta, non avevamo mai tempo per fare questo o quello.

Il tempo è come se fosse il capitano delle nostre vite, come se fossimo in balia di qualcosa a cui dover sottostare. In un‘epoca di lavoro e impegno è come se fosse lui a dettare i tempi esterni, le regole, e i nostri tempi interni. I bisogni individuali sono annientati. Non c’è tempo per ascoltarci.

Anche adesso, stiamo vivendo nell’attesa che il futuro arrivi presto. Stiamo già pensando a cosa cambieremo nel futuro, a come sarà quando ritorneremo alla nostra vita di sempre. Stiamo già pensando a come racconteremo questo periodo ai nostri figli e nipoti e a come tutto sarà tramandato. Stiamo già parlando di ricordi.

Ma tra il passato e il futuro, c’è un presente; è da questo che possiamo partire se vogliamo davvero far qualcosa per cambiare le cose. Dobbiamo viverlo, ascoltando i nostri bisogni interiori; dobbiamo concedercelo per non essere sempre in balia dell’ansia di ciò che sarà. Sembra quasi che ci sia la paura di soffermarsi a pensare, a riflettere, sembra quasi ci sia proprio la paura di fermarsi. Perché fermarsi significare stare nel qui ed ora, ad ascoltare. Eppure il tempo fuori ci costringe al fermo, alla stasi, mentre dentro di noi si muove la tempesta.

E mentre scrivo e mi accingo a concludere questo articolo, ascolto una canzone, comparsa per caso, ma mai nulla arriva a caso e neanche le canzoni, come a dirmi che solo il tempo conosce le cose e che il tempo ha i sui tempi.

 

Dott.ssa Laura Padula

 

 

 

 

 

 

 

PENSARE GLI ADOLESCENTI

 

A cura della  Dott.ssa Elisa Varotti, psicologa e psicoterapeuta

Gli adolescenti, si proprio loro!... Quelli che ci fanno dannare, arrabbiare, quelli che non riusciamo mai a capire. Quelli che consideriamo i ribelli, i vuoti, i menefreghisti, sempre impegnati e persi nelle loro relazioni e poco inclini a vivere quelle familiari.

Gli eterni incompresi. 

 Già, perché una delle fasi più difficili e delicate della nostra vita è proprio l’adolescenza, l’età dei cambiamenti.

 Per stuzzicare la curiosità, la parola adolescenza deriva dal latino adolescere, che significa crescere, nutrire ad indicare proprio quanto questa fase della vita sia caratterizzata da moltissimi cambiamenti e da una grande instabilità; condizione questa che da bambini ci porta ad essere degli adulti, che dal participio passato della stessa radice ado- è colui che si è nutrito.

Credo che tutti noi possiamo ricordare, a volte con il sorriso, forse anche con un po' di imbarazzo, il nostro essere stati adolescenti e come è stato e cosa ha significato per noi esserlo stati. Fare questo oggi, ricordare, è necessario non per porci nella tradizionale posizione di lotta generazionale alimentata dalla differenza, ma per far sì che questa differenza diventi la posizione di accoglienza che il mondo adulto deve saper dimostrare oggi più che mai ai nostri ragazzi.

Non lasciamoli soli. Nelle ultime settimane si è parlato molto dell’autonomia degli adolescenti e della loro capacità di vivere meglio questa emergenza rispetto ai loro genitori o nonni perché molto più capaci di connettersi con le reti digitali e perché per loro stare incollati a PC, cellulari, tablet, e così via non è altro che un piacere. L’impressione è che nell’identificarli con la tecnologia si corre il rischio di perderli di vista come esseri umani, come ragazzi che stanno crescendo e ancora bisognosi di protezione. Saranno anche nativi digitali, ma prima di tutto sono persone.

So che penserete subito alle pessime frasi o reazioni che qualcuno di voi ha subito in queste ultime settimane e non solo dai propri figli o nipoti. Andate oltre in questo momento a favore di un coinvolgimento che potrà essere il luogo di uno scambio nuovo e di un nuovo modo di stare in relazione con loro. 

Coinvolgimento. Coinvolgere l’Altro significa responsabilizzare l’Altro, mettendolo in una posizione attiva rispetto a ciò che accade. Significa chiedere ai nostri figli di reagire insieme a noi, di essere parte attiva nelle nostre famiglie per poter superare e resistere insieme nell’emergenza che stiamo affrontando; significa condividere routine, spazi, modi, tempi, pensieri ed emozioni, in un modo nuovo che tutti dobbiamo imparare. Significa aiutare i nostri ragazzi ad assumere un ruolo che li faccia sentire importanti e utili, e che li ponga in una dimensione di sfida contenuta e abbracciata dall’affetto dei familiari.

 Ora per aiutare a ordinare i pensieri, non si tratta certo di costruire una routine e organizzare la vita degli adolescenti come fossero bambini; il senso è condividere un’organizzazione familiare all’interno della casa fatta di momenti di partecipazione come i pasti, la visione di un film, un caffè insieme, le pulizie e il riordino alternati a momenti di sacrosanto spazio individuale e privacy. Ne hanno bisogno gli adulti, ne hanno bisogno i ragazzi. Responsabilizzare implica infatti per noi adulti lasciare andare il senso di controllo sui figli a favore della fiducia; significa credere che i nostri ragazzi ce la possono fare rispetto al ruolo che si sono assunti come parte attiva di questa situazione. 

 Per questo è fondamentale coinvolgerli rispetto a ciò che accade nel mondo, affiancandoli nel reperire le informazioni da fonti affidabili e aiutandoli a mentalizzare gli eventi e a porre le basi per lo sviluppo di un pensiero critico, ma anche rispetto a ciò che accade dentro casa, le preoccupazioni dei membri, le paure, le difficoltà, i pensieri, le gioie, le scoperte, mostrandovi aperti al confronto e pronti e disponibili ad accogliere le domande e ogni riflessione che i ragazzi hanno voglia di condividere. È l’occasione che avete di insegnare ai vostri figli che del dolore e della fatica se ne può parlare, ovviamente stando attenti a non riversare le angosce che noi adulti possiamo provare in questi giorni. In fondo, i nostri ragazzi il dolore e la sofferenza li conoscono bene, e come adulti mostrarsi ai loro occhi disponibili alla condivisione creerà per loro delle basi importantissime di crescita per il loro futuro.

 Non lasciamoli soli è un invito però rivolto anche alla scuola. Non tutti i ragazzi vivono in famiglie affettive e accoglienti e spesso la scuola rappresentava il loro più grande riferimento nelle loro vite, anche se magari questi adolescenti erano sempre quelli che rispondevano male, che combinavano guai o che non portavano mai i compiti... Ciò che importa adesso è che ogni ragazzo possa sentirsi pensato e raggiunto nell’isolamento della propria casa dagli insegnanti ed educatori che fino a febbraio hanno riempito la loro vita di tutti i giorni. Raggiungere questi ragazzi non per riempirli di compiti o di lavoro, perché questo è e deve essere secondario a raggiungerli per dimostrare il reale interesse nutrito nei loro confronti, per offrire loro un insegnamento con un obiettivo pedagogico e umano altissimo e cioè la capacità di esserci gli uni per gli altri. Contattate i vostri ragazzi e orientate la didattica nella direzione di un dedicarvi a loro, con il vostro sorriso migliore o con l’espressione di preoccupazione che quel giorno vi assale. Rendeteli partecipi di questa nuova didattica a distanza infondendo la vostra voglia e curiosità di sapere di loro, di esserci per loro, dando spazio alla narrazione dei vostri giorni lontani ma vicini. 

Sentire su di sè uno sguardo interessato, potrà essere l’occasione per i nostri adolescenti di scoprirsi per se stessi interessanti. Vi ricambieranno e vi stupiranno, ne sono sicura. Nessuno escluso.

 

Dott.ssa Elisa Varotti

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