“MA CHE COVID STAI SOGNANDO?”
I sogni sono un mezzo potente per elaborare vissuti emotivi complessi ed eventi percepiti come minacciosi.

Sono cambiati i nostri sogni durante il periodo del Covid-19?

Un gruppo di ricercatori, composto da psicoterapeuti e psicologi, dell''Associazione Culturale Coinetica, ha promosso una ricerca  per indagare quali contenuti sono più frequenti nei sogni della popolazione italiana nel periodo del Covid-19.

La ricerca è finalizzata ad una miglior comprensione dei vissuti (personali e collettivi) legati al momento storico che stiamo vivendo.

La partecipazione è totalmente volontaria e potrà ritirarsi in qualsiasi momento senza nessuna conseguenza.

Sono solo 11 domande e occorrono pochi minuti per la compilazione.
L’indagine è totalmente ANONIMA e La ringraziamo sin da subito per la sua disponibilità.Partecipa alla nostra ricerca, vai al link e compila il questionario, raccontaci un sogno che ti ha colpito!

https://docs.google.com/…/1FAIpQLSeJcZ2y4fv3oNAVa…/viewform…

 
 

Siamo lieti di comunicarvi  la riapertura dello studio e di potervi nuovamente incontrare di  persona!

La professione di psicologo è considerata professione sanitaria ai sensi della L. 11 gennaio 2018,n.3, pertanto,
può essere svolta rispettando tutte le norme sanitarie e di precauzione in materia COVID-19 contenute all’interno del DPCM del 26/4/2020.Sarà, quindi, possibile riprendere le attività cliniche mettendo sempre al primo posto il rispetto e la promozione della salute dell'Individuo e della Comunità.
A tal proposito:


🤒 Non si potrà accedere in studio con febbre o altri sintomi influenzali (tosse, mal di gola, raffreddore...) o con fattori di rischio epidemiologico (convivenza, frequentazione o contatti con soggetti positivi).

📝Nell'autocertificazione è necessario specificare "Motivi di salute” e nella descrizione del tragitto indicare lo studio di psicologia.


🔖Gli appuntamenti saranno distanziati e si richiede di rispettare scrupolosamente gli orari di appuntamento, in quanto non è consentito rimanere in sala d’attesa al fine di garantire a tutti la possibilità di mantenere il distanziamento sociale. 


🧴🧼All'ingresso troverete gel igienizzante per mani.


🪑Durante gli incontri terremo una distanza di almeno 1,5 m come indicato dal Ministero della Salute per il contatto prolungato in ambiente chiuso.


🧹🧪🚥Dopo ogni incontro gli ambienti verranno sanificati con disinfettanti a base alcolica; inoltre verrà garantita un'areazione di 20-30 minuti tra un appuntamento e il successivo.


💻 E' possibile  continuare gli incontri on line per chi lo ritiene opportuno attraverso videochiamate WhatsApp, Skype, FaceTime Zoom. 

 
⁉️Per qualsiasi informazione o per prendere 🖍appuntamento potete ☎️contattare la segreteria: +39 3311207977 
o 📨mandare una mail: poloclinicoidipsQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o rivolgervi direttamente al vostro professionista.

 

Le ali della libertà

                                                           "Le catene della schiavitù bloccano solo le mani;

                                                           è la mente che rende libero o schiavo un uomo."

        F. Grillparzer

 

A cura della Dott.ssa Laura Padula, psicologa

È da poco passata la festa della Liberazione; giorno strano in un periodo in cui la libertà di movimento e di azione è stata limitata al di fuori delle nostre dimore domestiche. Siamo dovuti venire a patti con essa per preservare la nostra salute, quella dei nostri cari e quella della società in generale.

Ci siamo sentiti invasi e legati da catene che ci hanno costretti alla reclusione, con una sensazione molto simile e vicina a quella degli agli arresti domiciliari, per chi mai li avessi provati. Forse ci siamo sempre chiesti come si possa vivere nella limitazione della libertà personale, quando sentiamo che persone sono per anni sono chiuse in carcere, in celle piccole e condivise con altri.

Se ripercorriamo l’inizio di questo isolamento, possiamo notare come tutti gli studenti fuori sede, o chi si trovasse lontano da casa, non appena è giunta la notizia della non possibilità di muoversi al di fuori della regione in cui si trovavano, si sono mossi per partire il prima possibile, in una mobilitazione di massa che ha dato da pensare anche a come vengano veicolate le informazioni. La paura e la limitazione della libertà hanno superato di gran lunga la razionalità nel comprendere ciò che stava accadendo e ciò che ci veniva chiesto in quel momento, ossia lo stare fermi.

Nel passaggio all’isolamento, siamo poi passati ad una limitazione dei nostri movimenti, all’interno del nostro comune di residenza, con l’aggiunta di un “permesso” che giustificasse il perché ci stessimo muovendo. In queste limitazioni, ci siamo adeguati, ci siamo accomodati per non sentire addosso le catene che ci costringono nei pochi metri quadri delle nostre case. Il portone di casa, una volta chiuso, può diventare per alcuni come la cella di un carcere, da aprire solo per estrema necessità. Ci si è ricostruiti una nuova vita all’interno delle mura domestiche, forse prendendosi delle libertà che prima non concedevamo a noi stessi. Nello scandire dei giorni e delle ore che passano, mi posso sentire libera di fare ciò che il corpo chiede, o di non fare ciò che mi impongo solitamente. Posso sentirmi libera di esprimere il disagio che sento in questa condizione, perché un disagio così condiviso da tutti, è come se desse l’opportunità di essere esternato al di fuori, in quanto compreso, accolto ed ascoltato. A volte possiamo sentirci liberi anche di condividere la comicità, il riso, le piccole idiozie che rendono più sostenibile questo percorso.

Forse però nel momento in cui parliamo di libertà, dovremmo pensare a quale lasciamo agire e da quale ci facciamo muovere. Vi può essere una libertà esterna, che permette di pensare, di dire o non dire, di andare dove vogliamo, di non fare nulla, ed anche di esprimersi.

Poi vi è una libertà interna, che è quella che ha a che fare con la nostra responsabilità, come sinonimo di esistenza, e con l’amore verso noi stessi. È quella che ci permette di legittimarci nelle nostre scelte, nelle cose che diciamo, in quello che sentiamo verso gli altri, nelle parole con cui ci esprimiamo, sempre nel totale rispetto dei confini altrui, e della libertà dell’altro.

Libertà come amore per se stessi e responsabilità, vanno di pari passo, quando assumendoci la responsabilità di ciò che vogliamo per noi, diciamo si o no, non abbassiamo la testa, non diventiamo accondiscendenti e schiavi del pensiero o del giudizio altrui. Siamo liberi di osare, oltre i nostri limiti e confini che ci poniamo, siamo liberi di pensare con la nostra testa, di mostrarci per quello che siamo, di vestirci come vogliamo, di manifestarci nel nostro essere donne e uomini.

Allo stesso tempo ognuno deve essere capace di vedere in che maniera non è libero. Quando accettiamo quello che siamo, quando ci liberiamo dai nostri demoni interni, da ciò che siamo stati e da quello che abbiamo vissuto che non è dipeso da noi, potremmo liberarci dalle catene che ci tengono ancorati al passato, nella definizione di ciò che eravamo, nella nostra vecchia identità, per dare vita a qualcosa di nuovo, perché le catene e le carceri non sono quelle fuori da noi, ma sono quelle interne, quelle che non ci permettono di evolvere, di diventare farfalle , di maturare nelle nostre consapevolezze, di liberarci dai torti subiti, di rimanere attaccati alle nostre credenze e che fanno di noi quello che siamo adesso.

Concludo riportando un passo tratto dalla Gabbianella e il Gatto, scritto da Sepulveda, che della libertà aveva forse fatto uno dei suoi motti di vita e che è venuto a mancare da pochi giorni a questa parte.

« Volo! Zorba! So volare! » strideva euforica dal vasto cielo grigio.

L’umano accarezzò il dorso del gatto.

« Bene, gatto. Ci siamo riusciti » disse sospirando.

«Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.

«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l’umano.

«Che vola solo chi osa farlo»

Buon volo di libertà ad ognuno di voi.

 

IL CIBO IN QUARANTENA: FAME DI EMOZIONI?

A cura Dott.ssa Serena Samaria, psicologa

La fame emotiva  (emotional eating) è conosciuta anche come fame nervosa, insorge in maniera improvvisa e diventa difficile da controllare.

A causa dell’attuale emergenza sanitaria, ogni individuo si trova a  sperimentare differenti emozioni e nuove vulnerabilità.

Uno dei rischi in questo periodo di isolamento e reclusione può essere quello di consolarsi con il cibo, ricercando in esso conforto.

La fame emotiva è strettamente legata alle emozioni quali : rabbia, paura, tristezza,vergogna, frustrazione e noia.

Il forte desiderio di cibo, si scatena quando non siamo in grado di gestire le emozioni e il cibo sembrerebbe essere l’unico in grado di farlo.

Si tratta di un meccanismo automatico e  disfunzionale,il cibo  ci  appaga momentaneamente ma poi scatena senso di colpa, senso di inadeguatezza, sconforto e depressione peggiorando la situazione di sofferenza preesistente.

Questi sentimenti producono una situazione di forte stress difficile da affrontare e la risposta più immediata appare essere quella di riversare ansie e preoccupazioni sul cibo.

In questo periodo in cui siamo costretti a restare a casa i pensieri si susseguono e impetuosi ci travolgono; ci ritroviamo avvolti dall’incertezza del futuro riguardo al piano personale, sociale e lavorativo . Diventa così facile cadere nel vortice e lasciarsi travolgere dalla fame emotiva.

Appare necessario fare una breve distinzione tra fame fisiologica e fame emotiva o nervosa.

La fame fisiologica come dice la parola stessa è fisiologica e compare alcune ore dopo l’ultimo pasto attraverso una sensazione nota come “buco allo stomaco” ed è necessaria per rifornirci di energia; questa si presenta in modo graduale e non impellente.

La fame nervosa, invece, appare legata al desiderio spasmodico del cibo (ossessivo), si presenta improvvisa e porta con sé il bisogno di appagamento immediato; questa ci spinge a mangiare in modo incontrollato e senza sazietà. Diventa  difficile scacciare questo desiderio e quando si cerca di farlo, il pensiero stesso appare più forte e persistente. La risposta davanti al cibo varia da persona a persona; alcuni davanti alle emozioni negative si bloccano e mangiano meno , altre invece trovano nel cibo la consolazione nei momenti di sconforto (confort food). Il cibo in questi casi diventa una distrazione e un mezzo per confortarsi nelle difficoltà .

Questo meccanismo ripetuto conduce verso il circolo vizioso della fame nervosa che diventa  un comportamento routinario e in alcuni casi può trasformarsi in una vera dipendenza.

“La fame d’amore è molto più difficile da rimuovere che la fame di pane.”
(Madre Teresa di Calcutta).

Per riuscire a spezzare il circolo vizioso e spesso doloroso dell’emotional eating ( fame emotiva) appare necessario conoscere le proprie emozioni, accettarle ed esprimerle.

Riconoscere l’emozione che scatena la fame emotiva può essere un buon punto di partenza   per fronteggiare la dipendenza dal cibo e lavorare alla costruzione di nuove abitudini alimentari e di vita.

Nei momenti  critici della vita e di sconforto in genere è opportuno ricordare che non esiste solo il cibo a fornire calore e conforto ma posso venirci in aiuto le nostre passioni ( attività creative e ricreative).

In questo periodo di isolamento anche fare  telefonate  può aiutarci a fronteggiare la situazione e per sentirci meglio non dimentichiamo di condividere le nostre emozioni con le persone care.

 Citando Carl Gustav Jung “Senza emozione, è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento” .

 Serena Samaria psicologa e psicoterapeuta in formazione.

 

Uno sguardo vale più di mille parole

a cura della Dott.ssa Silvia Guerini, psicologa

Comunichiamo sempre, in qualsiasi momento, in qualsiasi istante. Con qualsiasi gesto, espressione o sguardo.

Qualunque sussulto, ogni postura, qualsiasi battito di ciglia possono comunicare qualcosa all’occhio attento ed  empatico dell’Altro.

Non sempre, anzi quasi mai, servono le parole per comunicare. Esse agiscono su un piano informativo, un passaggio di messaggio che veicola una differenza di informazioni, fra un prima e un dopo, un aumento di conoscenza. Servono per descrivere logicamente una nostra realtà, attraverso un simbolo socialmente condiviso, “numerico”. 

Qualsiasi gesto, invece, ha un valore comunicativo proprio, intrinseco e spesso fuori dal nostro controllo cosciente.  

Le nostre espressioni facciali e i nostri movimenti, così come il nostro tono di voce e la nostra prossimità con il nostro interlocutore, mostrano le nostre emozioni e intenzioni, e creano e danno significato alla relazione con l’Altro.

Anche i nostri silenzi, le nostre chiusure, le distanze che mettiamo, comunicano all’altro la nostra intenzione di non comunicare.

Come afferma Watzlawick, nel primo assunto de La pragmatica della comunicazione: è impossibile non comunicare. Ogni comportamento è già, di per sé, una comunicazione.

Ogni nostra azione, quindi, comunica qualcosa a cui l’altro dà un suo significato, una sua punteggiatura, basato sulle sue esperienze precedenti e sui suoi schemi mentali costituitosi da tali esperienze.

È attraverso l’Altro che il nostro agire assume significato, un significato che suscita una reazione, un feedback, grazie a cui, a nostra volta, reagiamo. Circolarmente. Continuamente.

I nostri gesti e le nostre azioni attivano nell’Altro un complesso sistema neurale che serve a stabilire le nostre intenzioni e a rispecchiarsi, a risuonare con noi.

Il nostro cervello è predisposto a leggere gli stati mentali altrui, a comprenderne le intenzioni, i desideri, le emozioni, le conoscenze e le credenze, rimanendo consapevole della differenza fra i propri e gli altrui stati.

I neuroni specchio sono un primo piccolo mattoncino fondamentale: essi si attivano quando vediamo gli altri fare qualcosa. Le elaborazioni più complesse avvengono all’interno di un network che comprende aree appartenenti ai lobi frontali, ai temporali e parietali,  deputati principalmente alle capacità più cognitive, di mentalizzazione, di vestire i panni dell’altro, e al sistema limbico, per il riconoscimento del dolore e delle emozioni proprie ed altrui.

È come se fossimo “programmati” a stare in relazione e a sentire l’altro empaticamente.

È come se fossimo predisposti dalla nascita a calarci nei panni dell’Altro, a risuonare con lui. In maniera innata, da neonati siamo attratti dai volti e dalle espressioni facciali, e dai movimenti. Ma è solo con le esperienze che facciamo già da piccoli che le plasmiamo e le rinforziamo.

Prima comunichiamo e impariamo tramite il corpo, solo dopo vengono le parole.

Con il corpo definiamo le relazioni, con le parole possiamo meta-comunicare su esse. Due linguaggi diversi che si incontrano e si scontrano, nel ritrovarsi con l’Altro.  

Siamo calati in una danza relazionale con l’Altro fatta di conoscenza e crescita, una costruzione di espressioni e significati condivisi, ed ogni nostro gesto è un movimento di questa danza.

 

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