Ma che Covid hai sognato?!

Una ricerca sui sogni degli italiani durante il periodo del Lock-down

A cura di G. Guerra. E. Magnani, M. V. Montano, M. Bocchia

 

Le persone hanno sognato più o meno durante la quarantena? Quali sono stati i sogni che hanno caratterizzato tale periodo? Quali i temi e i soggetti più ricorrenti? Il contenuto dei sogni è cambiato rispetto a quello precedente il lock-down? Quali emozioni riportavano e quale impatto sulla veglia?

 

Queste sono alcune delle domande che la ricerca sui sogni, realizzata dal Polo clinico di Psicologia e Psicoterapia Idipsi di Parma, ha voluto indagare durante il periodo di lock-down di fronte ad una situazione di semi-isolamento, di minaccia invisibile e cambiamenti profondi nelle vite di molte persone.

 

CHE COSA È EMERSO:

Il campione ha permesso di elaborare I sogni di 128 persone, di cui 75% femmine  e 25% Maschi, le differenze più significative si sono riscontrate tra le classe di età dei più giovani,  gli under 29,  e degli over 50.

 

I sogni , non potendo accedere al piano simbolico del sognatore,  sono stati classificati, così come si farebbe per una favola o per un mito, in relazione alla struttura narrativa e alle capacità di controllo della situazione e Self-efficacy del soggetto nel sogno (Roesler, 2018).

 

Prevalgono i sogni con contenuti di Minaccia (28%), ovvero temi legati a trovarsi in pericolo ( calamità naturali, essere inseguiti da animali o persone, subire danni) e di Relazione (35%) (trovarsi in situazioni insieme a persone conosciute o sconosciute. I sogni con struttura narrativa di minaccia sono caratterizzati da una maggior presenza di personaggi sconosciuti (36,1%) mentre in quelle di Relazione compaiono prevalentemente persone conosciute, (parenti, amici e colleghi).

 

 

Il 42% ha fatto sogni d’ansia (Kuiken et all. 2014) che impattano, nel breve termine, sull’aumento del livello di  vigilanza e dell’apprensione per i pericoli invisibili nella vita diurna.

 Le emozioni maggiormente riportate al risveglio sono state la paura (53,9%) e la gioia ( 31,3%), con differenze significative tra i giovani (under 29)  e i senior (over 50).  Infatti, si rileva una relazione inversa tra i giovani che provano paura (61%) e solo il 28% prova gioia, e gli over 50 di cui il 48% prova gioia, sia durante che dopo il sogno,  spesso come lieto fine,  e solo il 33% paura.

 

 

 Paura e sorpresa, nei giovani, si associano maggiormente a personaggi sconosciuti o a sogni

dove il protagonista è solo, mentre gioia e amore caratterizzano il campione over 50 nelle relazioni con amici, colleghi e compagni.

nei loro sogni. Il 35% ha riportato sogni ricorrenti, gli over 50 riportano sogni ricorrenti che già facevano anche prima. 

 Se prendiamo in esame la variabile dell’intensità emotiva dei sogni si rileva che per chi ha avuto esperienze di Covid-19 decresce con l’età, mentre chi non è stato toccato direttamente da Covid-19  registra una lieve tendenza in aumento, non statisticamente significativo, dell’intensità delle emozioni nei sogni con l’età.

 Gli under 29 riportano un cambiamento dei contenuti del sogno rispetto il periodo precedente all’emergenza e affermano di ricordare più sogni. Gli over 50 non riportano cambiamenti significativi

 

 

INTERPRETAZIONI DEI RISULTATI

I sogni sono film di cui siamo attori, interpreti, registi e sceneggiatori; quello che accade all’interno del sogno è frutto della nostra mente, scaturisce dall’interazione tra i contenuti che la abitano e la nostra vita da svegli.

L’isolamento da quarantena ha inoltre ridotto le attività e le relazioni delle persone limitando i ricordi diurni, questo appiattimento dell’esperienza ha portato il subconscio a ruotare gli occhi all’interno, facendo emergere aspetti latenti ed attivando processi per la loro elaborazione. Questi meccanismi sono risultati particolarmente evidenti nei sogni delle persone dove le relazioni e la sperimentazione della vita fuori da casa sono il centro della crescita e della creazione di prospettive future, in particolare per i giovani.


I giovani sotto i 30 anni del nostro campione hanno riportato un alto numero di sogni la cui trama era incentrata principalmente su di un evento o un personaggio minaccioso, qualcosa di pericoloso da cui scappare.
Per la maggior parte dei casi si trattava di veri e propri incubi o sogni d’ansia, caratterizzati da emozioni abbastanza intense che permanevano negativamente anche al risveglio; la minaccia poteva assumere caratteristiche naturali (come terremoti, inondazioni, incidenti o crolli di edifici) così come poteva concretizzarsi in animali o personaggi umani sconosciuti al sognatore.

In alcuni’ la presenza del virus era esplicita (non riuscire a respirare, contagiare o essere contagiati, manifestare i sintomi…), ma per la maggior parte proprio la caratteristica dell’invisibilità del pericolo ha permesso che questo assumesse differenti forme a livello onirico, legandosi con contenuti profondi della psiche del sognatore.

 

Una seconda trama vedeva i soggetti più giovani posti davanti a una prova o a una richiesta di prestazione: superare un esame, laurearsi, trovare qualcosa, portare a termine un compito o un’impresatestando il proprio senso di autostima ed efficacia.

Ci sono quindi nuovi scenari sconosciuti, caratterizzati da ansia e paura a guidare le azioni del sognatore, che tenta in modo più o meno efficace di cavarsela tra contenuti mortiferi e disforici (cose rotte o sporche, scenari lugubri e bui, animali aggressivi, presenze in casa).
La minaccia rimane senza volto e senza nome, proiettata in una qualche veste sullo schermo onirico facendo emergere quegli aspetti del sognatore maggiormente elicitati dalla situazione; ma sognare di essere attaccati, fare degli incubi con emozioni forti non è per forza negativo, può significare che l’inconscio sta entrando in relazione con qualcosa rimasto in ombra ma estremamente presente, che solo se portato alla luce può essere conosciuto e integrato. 

Più la minaccia diventa concreta e conosciuta, più il contenuto simbolico del sogno prende forma.


I senior invece, hanno riportato sogni con una trama incentrata sul mondo delle relazioni famigliari, e con amici e colleghi, con contenuti abbastanza definiti e piacevoli.

Sognare un famigliare lontano o un clima conviviale di assembramento, anche consapevoli del rischio Covid-19 ma felici, potrebbe essere letto come un meccanismo di difesa per contenere uno stato d’ansia,  negando ciò che ci sta preoccupando (proprio come quando la paura di non farcela, ci fa sognare di vincere una gara o nuotare più veloci di tutti)

Inoltre, il richiamo alle proprie risorse o alle relazioni importanti, presenti o passate che rassicurano il sognatore o vengono rassicurate, potrebbe funzionare da auto-consolazione, un modo per la persona per affrontare insieme qualcosa di soggettivo.

 

CONCLUSIONI

Il fatto che i giovani sognino più frequentemente contenuti minacciosi caratterizzati dall’emozione della paura e che avvertano maggiormente l’impatto ansiogeno nella veglia non vuol dire che siano più impreparati dei senior ad affrontare la minaccia. I senior nei sogni utilizzano maggiormente le loro risorse e le relazioni a titolo “protettivo”, esercitano un maggior controllo nelle situazioni sognate  ed “allontanano” in tal modo la minaccia.

 

Sembra quindi che i più giovani stiano combattendo in prima linea con quei contenuti e avvenimenti difficili da digerire comparsi negli ultimi mesi, mostrando maggior capacità trasformativa rispetto a chi invece svia questo scontro e ricorre alla propria storia, alla propria esperienza, ai legami per mantenere coerenza.

 

Proprio come in una guerra, sembra che i più giovani siano attaccati e si difendano con creatività da qualcosa che si lega al loro profondo e supera la loro esperienza. Lo affrontano fuori dai confini della propria casa, in uno scenario sconosciuto e lugubre, ma in continua evoluzione, il cui contenuto può trovare un nuovo significato e diventare via via sempre più riconoscibile al sognatore. Gli adulti, invece, restano a “presidiare il villaggio” e a mantenere vive le sue tradizioni (la carbonara della mamma, la torta preferita del nonno, case conosciute, stanze del passato, genitori, figli e scenari di lavoro) quasi a ricordare la routine, la “normalità”.


Due diversi metodi per far fronte al problema comune, due sguardi rivolti in direzioni differenti, uno a preservare quello che è stato costruito, l’altro intento a interagire con nuove sfide.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

  • Busink R. and Don Kuiken: Identifying thypes of Impactful Dreams: A Replication, Dreaming, Vol. 6, No. 2, 1996;

  • Ekman P. 1982: Emotion in the Human Face, Cambridge: Cambridge University Press;

  • Goleman, D. 1995. Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ. New York;

  • Hall, C. S., & Van de Castle, R. L. 1966. The content analysis of dreams. New York: Appleton-Century-Crofts.

  • Hartmann, E, 1984: The nightmare. New York: Basic Books;

  • Kuiken, D., & Sikora, S. (1993). The impact of dreams on waking thoughts and feelings. In A. Moffit;

  • Kramer, M. & R. Hoffman (Eds.), Functions of dreaming (pp. 419–476). Albany: SUNY Press;

  • Plutchik R. (1994), The Psychology and Biology of Emotion, New York: Harper & Row;

  • Roesler C., Freiburg, Germany, Jungian theory of dreaming and contemporary dream research – findings from the research project ‘Structural Dream Analysis’ Journal of Analytical Psychology, 2020, 65, 1, 44–62;

  • Roesler, C. (2018a): ‘Jungian dream interpretation and empirical dream research’. In Research in Analytical Psychology;

  • Roesler. London: Routledge. 2018: ‘Structural Dream Analysis: a narrative research method for investigating the meaning of dream series in analytical psychotherapies’. International Journal of Dream Research, 11, 1, 21-29.

 

“MA CHE COVID STAI SOGNANDO?”
I sogni sono un mezzo potente per elaborare vissuti emotivi complessi ed eventi percepiti come minacciosi.

Sono cambiati i nostri sogni durante il periodo del Covid-19?

Un gruppo di ricercatori, composto da psicoterapeuti e psicologi, dell''Associazione Culturale Coinetica, ha promosso una ricerca  per indagare quali contenuti sono più frequenti nei sogni della popolazione italiana nel periodo del Covid-19.

La ricerca è finalizzata ad una miglior comprensione dei vissuti (personali e collettivi) legati al momento storico che stiamo vivendo.

La partecipazione è totalmente volontaria e potrà ritirarsi in qualsiasi momento senza nessuna conseguenza.

Sono solo 11 domande e occorrono pochi minuti per la compilazione.
L’indagine è totalmente ANONIMA e La ringraziamo sin da subito per la sua disponibilità.Partecipa alla nostra ricerca, vai al link e compila il questionario, raccontaci un sogno che ti ha colpito!

https://docs.google.com/…/1FAIpQLSeJcZ2y4fv3oNAVa…/viewform…

 
 

IL CIBO IN QUARANTENA: FAME DI EMOZIONI?

A cura Dott.ssa Serena Samaria, psicologa

La fame emotiva  (emotional eating) è conosciuta anche come fame nervosa, insorge in maniera improvvisa e diventa difficile da controllare.

A causa dell’attuale emergenza sanitaria, ogni individuo si trova a  sperimentare differenti emozioni e nuove vulnerabilità.

Uno dei rischi in questo periodo di isolamento e reclusione può essere quello di consolarsi con il cibo, ricercando in esso conforto.

La fame emotiva è strettamente legata alle emozioni quali : rabbia, paura, tristezza,vergogna, frustrazione e noia.

Il forte desiderio di cibo, si scatena quando non siamo in grado di gestire le emozioni e il cibo sembrerebbe essere l’unico in grado di farlo.

Si tratta di un meccanismo automatico e  disfunzionale,il cibo  ci  appaga momentaneamente ma poi scatena senso di colpa, senso di inadeguatezza, sconforto e depressione peggiorando la situazione di sofferenza preesistente.

Questi sentimenti producono una situazione di forte stress difficile da affrontare e la risposta più immediata appare essere quella di riversare ansie e preoccupazioni sul cibo.

In questo periodo in cui siamo costretti a restare a casa i pensieri si susseguono e impetuosi ci travolgono; ci ritroviamo avvolti dall’incertezza del futuro riguardo al piano personale, sociale e lavorativo . Diventa così facile cadere nel vortice e lasciarsi travolgere dalla fame emotiva.

Appare necessario fare una breve distinzione tra fame fisiologica e fame emotiva o nervosa.

La fame fisiologica come dice la parola stessa è fisiologica e compare alcune ore dopo l’ultimo pasto attraverso una sensazione nota come “buco allo stomaco” ed è necessaria per rifornirci di energia; questa si presenta in modo graduale e non impellente.

La fame nervosa, invece, appare legata al desiderio spasmodico del cibo (ossessivo), si presenta improvvisa e porta con sé il bisogno di appagamento immediato; questa ci spinge a mangiare in modo incontrollato e senza sazietà. Diventa  difficile scacciare questo desiderio e quando si cerca di farlo, il pensiero stesso appare più forte e persistente. La risposta davanti al cibo varia da persona a persona; alcuni davanti alle emozioni negative si bloccano e mangiano meno , altre invece trovano nel cibo la consolazione nei momenti di sconforto (confort food). Il cibo in questi casi diventa una distrazione e un mezzo per confortarsi nelle difficoltà .

Questo meccanismo ripetuto conduce verso il circolo vizioso della fame nervosa che diventa  un comportamento routinario e in alcuni casi può trasformarsi in una vera dipendenza.

“La fame d’amore è molto più difficile da rimuovere che la fame di pane.”
(Madre Teresa di Calcutta).

Per riuscire a spezzare il circolo vizioso e spesso doloroso dell’emotional eating ( fame emotiva) appare necessario conoscere le proprie emozioni, accettarle ed esprimerle.

Riconoscere l’emozione che scatena la fame emotiva può essere un buon punto di partenza   per fronteggiare la dipendenza dal cibo e lavorare alla costruzione di nuove abitudini alimentari e di vita.

Nei momenti  critici della vita e di sconforto in genere è opportuno ricordare che non esiste solo il cibo a fornire calore e conforto ma posso venirci in aiuto le nostre passioni ( attività creative e ricreative).

In questo periodo di isolamento anche fare  telefonate  può aiutarci a fronteggiare la situazione e per sentirci meglio non dimentichiamo di condividere le nostre emozioni con le persone care.

 Citando Carl Gustav Jung “Senza emozione, è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento” .

 Serena Samaria psicologa e psicoterapeuta in formazione.

Le ali della libertà

                                                           "Le catene della schiavitù bloccano solo le mani;

                                                           è la mente che rende libero o schiavo un uomo."

        F. Grillparzer

 

A cura della Dott.ssa Laura Padula, psicologa

È da poco passata la festa della Liberazione; giorno strano in un periodo in cui la libertà di movimento e di azione è stata limitata al di fuori delle nostre dimore domestiche. Siamo dovuti venire a patti con essa per preservare la nostra salute, quella dei nostri cari e quella della società in generale.

Ci siamo sentiti invasi e legati da catene che ci hanno costretti alla reclusione, con una sensazione molto simile e vicina a quella degli agli arresti domiciliari, per chi mai li avessi provati. Forse ci siamo sempre chiesti come si possa vivere nella limitazione della libertà personale, quando sentiamo che persone sono per anni sono chiuse in carcere, in celle piccole e condivise con altri.

Se ripercorriamo l’inizio di questo isolamento, possiamo notare come tutti gli studenti fuori sede, o chi si trovasse lontano da casa, non appena è giunta la notizia della non possibilità di muoversi al di fuori della regione in cui si trovavano, si sono mossi per partire il prima possibile, in una mobilitazione di massa che ha dato da pensare anche a come vengano veicolate le informazioni. La paura e la limitazione della libertà hanno superato di gran lunga la razionalità nel comprendere ciò che stava accadendo e ciò che ci veniva chiesto in quel momento, ossia lo stare fermi.

Nel passaggio all’isolamento, siamo poi passati ad una limitazione dei nostri movimenti, all’interno del nostro comune di residenza, con l’aggiunta di un “permesso” che giustificasse il perché ci stessimo muovendo. In queste limitazioni, ci siamo adeguati, ci siamo accomodati per non sentire addosso le catene che ci costringono nei pochi metri quadri delle nostre case. Il portone di casa, una volta chiuso, può diventare per alcuni come la cella di un carcere, da aprire solo per estrema necessità. Ci si è ricostruiti una nuova vita all’interno delle mura domestiche, forse prendendosi delle libertà che prima non concedevamo a noi stessi. Nello scandire dei giorni e delle ore che passano, mi posso sentire libera di fare ciò che il corpo chiede, o di non fare ciò che mi impongo solitamente. Posso sentirmi libera di esprimere il disagio che sento in questa condizione, perché un disagio così condiviso da tutti, è come se desse l’opportunità di essere esternato al di fuori, in quanto compreso, accolto ed ascoltato. A volte possiamo sentirci liberi anche di condividere la comicità, il riso, le piccole idiozie che rendono più sostenibile questo percorso.

Forse però nel momento in cui parliamo di libertà, dovremmo pensare a quale lasciamo agire e da quale ci facciamo muovere. Vi può essere una libertà esterna, che permette di pensare, di dire o non dire, di andare dove vogliamo, di non fare nulla, ed anche di esprimersi.

Poi vi è una libertà interna, che è quella che ha a che fare con la nostra responsabilità, come sinonimo di esistenza, e con l’amore verso noi stessi. È quella che ci permette di legittimarci nelle nostre scelte, nelle cose che diciamo, in quello che sentiamo verso gli altri, nelle parole con cui ci esprimiamo, sempre nel totale rispetto dei confini altrui, e della libertà dell’altro.

Libertà come amore per se stessi e responsabilità, vanno di pari passo, quando assumendoci la responsabilità di ciò che vogliamo per noi, diciamo si o no, non abbassiamo la testa, non diventiamo accondiscendenti e schiavi del pensiero o del giudizio altrui. Siamo liberi di osare, oltre i nostri limiti e confini che ci poniamo, siamo liberi di pensare con la nostra testa, di mostrarci per quello che siamo, di vestirci come vogliamo, di manifestarci nel nostro essere donne e uomini.

Allo stesso tempo ognuno deve essere capace di vedere in che maniera non è libero. Quando accettiamo quello che siamo, quando ci liberiamo dai nostri demoni interni, da ciò che siamo stati e da quello che abbiamo vissuto che non è dipeso da noi, potremmo liberarci dalle catene che ci tengono ancorati al passato, nella definizione di ciò che eravamo, nella nostra vecchia identità, per dare vita a qualcosa di nuovo, perché le catene e le carceri non sono quelle fuori da noi, ma sono quelle interne, quelle che non ci permettono di evolvere, di diventare farfalle , di maturare nelle nostre consapevolezze, di liberarci dai torti subiti, di rimanere attaccati alle nostre credenze e che fanno di noi quello che siamo adesso.

Concludo riportando un passo tratto dalla Gabbianella e il Gatto, scritto da Sepulveda, che della libertà aveva forse fatto uno dei suoi motti di vita e che è venuto a mancare da pochi giorni a questa parte.

« Volo! Zorba! So volare! » strideva euforica dal vasto cielo grigio.

L’umano accarezzò il dorso del gatto.

« Bene, gatto. Ci siamo riusciti » disse sospirando.

«Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.

«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l’umano.

«Che vola solo chi osa farlo»

Buon volo di libertà ad ognuno di voi.

 

 

Uno sguardo vale più di mille parole

a cura della Dott.ssa Silvia Guerini, psicologa

Comunichiamo sempre, in qualsiasi momento, in qualsiasi istante. Con qualsiasi gesto, espressione o sguardo.

Qualunque sussulto, ogni postura, qualsiasi battito di ciglia possono comunicare qualcosa all’occhio attento ed  empatico dell’Altro.

Non sempre, anzi quasi mai, servono le parole per comunicare. Esse agiscono su un piano informativo, un passaggio di messaggio che veicola una differenza di informazioni, fra un prima e un dopo, un aumento di conoscenza. Servono per descrivere logicamente una nostra realtà, attraverso un simbolo socialmente condiviso, “numerico”. 

Qualsiasi gesto, invece, ha un valore comunicativo proprio, intrinseco e spesso fuori dal nostro controllo cosciente.  

Le nostre espressioni facciali e i nostri movimenti, così come il nostro tono di voce e la nostra prossimità con il nostro interlocutore, mostrano le nostre emozioni e intenzioni, e creano e danno significato alla relazione con l’Altro.

Anche i nostri silenzi, le nostre chiusure, le distanze che mettiamo, comunicano all’altro la nostra intenzione di non comunicare.

Come afferma Watzlawick, nel primo assunto de La pragmatica della comunicazione: è impossibile non comunicare. Ogni comportamento è già, di per sé, una comunicazione.

Ogni nostra azione, quindi, comunica qualcosa a cui l’altro dà un suo significato, una sua punteggiatura, basato sulle sue esperienze precedenti e sui suoi schemi mentali costituitosi da tali esperienze.

È attraverso l’Altro che il nostro agire assume significato, un significato che suscita una reazione, un feedback, grazie a cui, a nostra volta, reagiamo. Circolarmente. Continuamente.

I nostri gesti e le nostre azioni attivano nell’Altro un complesso sistema neurale che serve a stabilire le nostre intenzioni e a rispecchiarsi, a risuonare con noi.

Il nostro cervello è predisposto a leggere gli stati mentali altrui, a comprenderne le intenzioni, i desideri, le emozioni, le conoscenze e le credenze, rimanendo consapevole della differenza fra i propri e gli altrui stati.

I neuroni specchio sono un primo piccolo mattoncino fondamentale: essi si attivano quando vediamo gli altri fare qualcosa. Le elaborazioni più complesse avvengono all’interno di un network che comprende aree appartenenti ai lobi frontali, ai temporali e parietali,  deputati principalmente alle capacità più cognitive, di mentalizzazione, di vestire i panni dell’altro, e al sistema limbico, per il riconoscimento del dolore e delle emozioni proprie ed altrui.

È come se fossimo “programmati” a stare in relazione e a sentire l’altro empaticamente.

È come se fossimo predisposti dalla nascita a calarci nei panni dell’Altro, a risuonare con lui. In maniera innata, da neonati siamo attratti dai volti e dalle espressioni facciali, e dai movimenti. Ma è solo con le esperienze che facciamo già da piccoli che le plasmiamo e le rinforziamo.

Prima comunichiamo e impariamo tramite il corpo, solo dopo vengono le parole.

Con il corpo definiamo le relazioni, con le parole possiamo meta-comunicare su esse. Due linguaggi diversi che si incontrano e si scontrano, nel ritrovarsi con l’Altro.  

Siamo calati in una danza relazionale con l’Altro fatta di conoscenza e crescita, una costruzione di espressioni e significati condivisi, ed ogni nostro gesto è un movimento di questa danza.

 

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