VIVERE LA DIPENDENZA

A cura della dott. ssa Laura Padula, psicologa 

Siamo tutti dipendenti da qualcosa o da qualcuno. Se ce lo chiediamo, facciamo fatica a dire da cosa o da chi. Se facciamo alcuni esempi, vediamo come il bambino dipende dalla madre, l’adolescente dagli amici, l’innamorat dal suo amato/a, chi fa uso di alcol dipende dalla bottiglia, chi fa uso di sostanze dipende da esse, chi dipende dal gioco, dal sesso o dalle sigarette altrettanto. Il malato dipende dai suoi cari, dai medici e dalla sua stessa malattia, un gatto o un cane dipendono da chi se ne prende cura, i lavoratori per vivere dipendono dal loro stipendio. Tutti dipendiamo da un telefono per sentire gli altri, da una penna per scrivere, da un computer o tablet per le videochiamate, dall’acqua e dal cibo per sopravvivere, talmente tanto che abbiamo assunto un comportamento bulimico in questi giorni pur di riempirci e non rimanerne senza.

Si potrebbe obiettare che molti siano bisogni primari, come l’acqua o il cibo, motivo per il quale non si può parlare di una dipendenza, per cui sarebbe più corretto utilizzare l’espressione “Abbiamo bisogno di”. Potremmo affermare che abbiamo bisogno dell’altro o di qualcos’altro per essere noi stessi e per vivere.

Inoltre, se pensiamo a tutte le forme di dipendenza qui sopra descritte, potremmo forse dire che essa ci fornisce una categorizzazione, ci aiuta a collocarci nel mondo e assumere un’identità attraverso cui riconoscerci. Sembra paradossale dirlo, ma il cosiddetto alcolizzato o tossicodipendente, hanno una categoria in cui ritrovarsi.

Secondo l’approccio ecologico sociale, introdotto da Hudolin negli anni ‘90, come approccio sistemico e secondo cui tutti i comportamenti sono interconnessi e secondo cui le persone sono responsabili le une delle altre, chi fa uso di sostanze o di alcol, non è da categorizzare come una persona alcolizzata o tossicodipendente, ma come una persona che in questo momento di vita sta attraversando una fase critica, in cui si serve di qualcosa di esterno per vivere. È altresì importante soffermarsi sul fatto che chi ha comportamenti di dipendenza ha una relazione speciale con il suo oggetto. Non è quindi il tipo di sostanza o attività a causare la dipendenza, ma la relazione che si crea tra soggetto e oggetto. A questo, la domanda che segue è: che significato ha per quella persona, quella bottiglia o quella sostanza?

Chi è la persona che fa uso di alcol o sostanze, senza la sua bottiglia o senza la sua sostanza? È una questione di identità e relativo riconoscimento per se stesso e per gli altri?

Nelle dipendenze più conclamate, la persona ha bisogno di qualcosa di esterno per ritrovarsi o per perdersi, o per perdersi di nuovo nel momento in cui si ritrova. Sono tutti modi che la allontanano dal pensiero di ciò che è, da ciò che avrebbe voluto essere, da quello che è diventata e non ha accettato o da quello non riesce ad essere.

Secondo Bateson, l’alcol è semplicemente una fuga dalla schiavitù personale. Le cause e le ragioni dell’alcolismo devono essere ricercate nella vita della persona quando è sobrio. Se il suo modo di essere sobrio lo spinge a bere, questo deve contenere un errore o una patologia.

Vi sono casi estremi di intossicazione da alcol per trovare in esso sollievo da comuni dispiaceri, risentimenti o dolori fisici. Si potrebbe sostenere che l’azione anestetica dell’alcol fornisce un adattamento per non sentire il dispiacere, la frustrazione, il risentimento che invece, se mimimamente percepiti, diventano scuse per bere.

Ma se ci riflettiamo, non è allo stesso modo un comportamento che mettiamo in atto tutti, seppur in altri modi e con altri mezzi? Pensiamo a quando non vogliamo pensare a qualcosa, che ci riempiamo talmente tanto la vita e le giornate di cose da fare, pur di non pensare e non stare fermi. E soprattutto in questo periodo di blocco e isolamento, ciò si è acutizzato al punto tale da riempirsi di appuntamenti con videochiamate o ricette da sperimentare, pur di avere dei rituali da seguire che occupino il tempo e il pensiero. Pensiamo a quando siamo tristi, tanto da rintanarci in qualcosa di dolce o di estremamente appetitoso per noi, pur di riequilibrare quella tristezza interna che a tratti diventa destabilizzante e troppo profonda da sentire.

Tutti noi, nessuno escluso, mettiamo in atto comportamenti dipendenti, pur di non attraversare quel mare in tempesta che si scaglia contro le rocce del nostro cuore e della mente, perché preferiamo riempirci con qualcosa di esterno, pur di non sentire quel marasma che viene da dentro fatto di emozioni pure e semplici, a volte complesse, ma che fanno parte di noi, e che se accolte, ci introducono nella dimensione dell’accettazione di ciò che siamo, per poi avviarci o mostrarci la strada di quello che possiamo cambiare, se solo ci permettessimo di assumerci delle responsabilità. Forse il nostro interno necessita di essere rinfrescato, riabbellito, rimodernato e dipinto con nuovi colori. Saremo in grado di farlo senza far affidamento su quella stampella emotiva rappresentata dall’alcol, dalla sostanza, o da qualsiasi altro oggetto? Potrei forse suggerire che la bottiglia è possibile crearla dentro di noi, come un raccoglitore di ciò che viene vissuto o come contenitore da cui si può prendere per agire fuori, e che noi possiamo diventare la sostanza di noi stessi, evitando di essere quell’oggetto di cui quella sostanza si serve e si nutre per agire.

Se andiamo più nel profondo, potremmo forse dire che la dipendenza si lega al concetto di libertà, che non ci concediamo se non nella misura in cui siamo legati a ciò che ci permettiamo di fare, senza avere paura dell’incertezza. Perché la dipendenza ci dà certezza, ci dice che non siamo soli, unici e solitari nella nostra condizione sociale.

Le dipendenze, inoltre, hanno un risvolto nei contesti di vita della persona; ecco che si generano crisi tra le coppie, famiglie che scoppiano, figli che non parlano con i genitori, genitori che si allontano. Ogni sistema si modifica. Nell’ottica dell’approccio ecologico sociale, che vede interdipendenti i comportamenti di tutti all’interno dei sistemi di riferimento, ogni persona e famiglia è vista come risorsa del cambiamento e non solo come causa o oggetto del trattamento. Il sistema di appartenenza, inteso come elemento costituente dell'esistere, può essere cornice di cambiamento se tutti all’interno del sistema familiare pensano che il problema della dipendenza non sia solo di chi ne fa uso, ma anche di ognuno individualmente. Così nella cultura più ampia, il problema della dipendenza è un problema di tutti. Con il cambiamento degli stili di vita, orientati al benessere ed alla ricerca della bellezza, si possono porre i primi passi per un cambiamento della cultura in generale. 

Come diceva Vladimir Hudolin (1996) tutti noi non lavoriamo solamente per l’astinenza, ma per la famiglia, per la sobrietà, per una vita migliore, per una crescita e maturazione e infine per la pace. La pace non può essere conquistata se prima di tutto non siamo in grado di averla dentro di noi: una pace nel cuore, una possibilità di riguadagnare la gioia di vivere, la riappropriazione del proprio futuro, un superamento, una trascendenza da se stessi. Questa è la ragione sulla quale Hudolin ha indicato ai club, (che sono gruppi di cui tutta la famiglia può farne parte in relazione alla dipendenza presente), di fondare la loro azione sull'amore, sulla solidarietà, sull'amicizia e, successivamente sul rispetto della diversità. Tale visione permette la realizzazione di ogni intimità autentica, liberata dalla centralità dell'Io, ed alla consapevolezza, profondamente ecologica e spirituale, che tutto ciò che noi facciamo è inscindibilmente legato a ciò che ci circonda in un rapporto circolare e ricorsivo.

Ultima riflessione da portare alla luce, è che il bere insieme ad altri ha sempre simboleggiato l’aggregazione sociale di persone unite in comunione. Si pensa che l’alcol induca l’individuo a sentirsi ed agire come una parte del gruppo; cioè l’alcol permette la complementarità nei rapporti che lo circondano.

Chi siamo quindi quando siamo da soli?

Buona ricerca.

dott.ssa Laura Padula

 

IL TEMPO FUORI E DENTRO DI NOI

A cura Dott.ssa Laura Padula, psicologa

Anche le parole che ora diciamo

Il tempo nella sua rapina

Ha già portato via

E nulla torna.

Ho fermato l’orologio. C’è un tempo, in questo periodo, che scorre fuori da me, diverso da quello che scorre dentro di me. Momenti che si alternano, giornate che a volte sembrano uguali, chiamate in attesa, videochiamate per cui prepararsi. C’è un tempo e non c’è allo stesso tempo. È un concetto astratto in questo muoversi fuori e dentro da me.

Se escludiamo le persone che sono ancora a lavoro, o quelle che lavorano da casa, per quelle costrette all’isolamento, non ci sono più agende da consultare, non ci sono appuntamenti da prendere, le scadenze sono state rimandate, i cellulari si guardano solo per le chiamate e non più per il calendario. Anzi, gli appuntamenti dell’adesso sono diventati le videochiamate in coda e al massimo il timer per una torta o una focaccia che cuoce in forno. Gli orari sono dilatati, le sveglie hanno smesso di suonare al mattino presto, i turni nei bagni in condivisione sono sospesi, le colazioni e i pranzi e le cene seguono il tempo della nostra fame e non degli orari imposti.

Ma allo stesso tempo, c’è un tempo fuori da noi dettato dal suo scorrere, dal sorgere del sole, dal suo tramontare, dall’apparire della luna e poi di nuovo dal sorgere. C’è un tempo dettato dai giorni che passano, segnati sul calendario, dalle ore, dai minuti e dai secondi, stagioni che passano e altre che arrivano, come a dirci che nulla si ferma, e che tutto va avanti anche senza il nostro volere.

Mi sto interrogando su cosa sia il tempo; il tempo è ciò che racchiude il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.

Siamo parlati dal nostro passato perché è ciò che è stato; è quello che è accaduto, quello che non posso più modificare. Siamo abituati a vivere in un passato che rappresenta la nostra storia, che fa parte dei nostri ricordi, dove ricordare significa non solo portare alla mente, ma anche rivivere con il cuore ciò che è stato vissuto. Il passato ci narra, ci fa narrare da chi ci conosce, ci dice se e dove abbiamo sbagliato, se e come abbiamo fatto giusto.

Poi c’è il futuro; il futuro è per sua natura l’immaginato, l’incerto, l’incostante, il pauroso, l’angosciante, il mai definito e sempre con la domanda se arriverà. Il futuro ci dà un orizzonte, non ci fa vedere, per certi versi, la finitudine della nostra vita, ci fa credere eterni, quanto meno per gli anni che ognuno ha. Il futuro ci fa creare delle aspettative, ci spinge a sperare che qualcosa di buono possa accadere, che le cose si sistemeranno, che tutto troverà un suo posto. Quanto spesso diciamo che il tempo sistema tutto? Ma in questo tempo, è il tempo che aggiusta tutto o siamo noi che, nel frattempo, agiamo per mettere ordine alle cose?

E il presente? Cosa ne è di questo presente, di questo “qui ed ora” tanto agognato da filosofie orientali che ci dicono che dobbiamo vivere quello che sta accadendo in questo momento? Che valore stiamo dando a quello che sembra essere un presente eterno? Lo stiamo vivendo per davvero?

Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo.

Il presente è l’adesso, quello che sentiamo ora mentre leggiamo, quello che viviamo mentre ascoltiamo delle parole, e tra un attimo sarà già passato.

Ci diamo mai il permesso di ascoltare ciò che il nostro momento presente ci sta dicendo? Stiamo bene, stiamo male, abbiamo voglia di fare delle cose, cosa ci dicono i nostri pensieri e il nostro corpo? Come ci parlano le nostre mani e di cosa ci parlano?

Guardo dalla finestra e il presente è già passato, volato. Il presente è un attimo, è un istante, è l’immediato.

Se pensiamo al passato, a quella che era la nostra vita sino ad un mese fa, eravamo sempre di fretta, non avevamo mai tempo per fare questo o quello.

Il tempo è come se fosse il capitano delle nostre vite, come se fossimo in balia di qualcosa a cui dover sottostare. In un‘epoca di lavoro e impegno è come se fosse lui a dettare i tempi esterni, le regole, e i nostri tempi interni. I bisogni individuali sono annientati. Non c’è tempo per ascoltarci.

Anche adesso, stiamo vivendo nell’attesa che il futuro arrivi presto. Stiamo già pensando a cosa cambieremo nel futuro, a come sarà quando ritorneremo alla nostra vita di sempre. Stiamo già pensando a come racconteremo questo periodo ai nostri figli e nipoti e a come tutto sarà tramandato. Stiamo già parlando di ricordi.

Ma tra il passato e il futuro, c’è un presente; è da questo che possiamo partire se vogliamo davvero far qualcosa per cambiare le cose. Dobbiamo viverlo, ascoltando i nostri bisogni interiori; dobbiamo concedercelo per non essere sempre in balia dell’ansia di ciò che sarà. Sembra quasi che ci sia la paura di soffermarsi a pensare, a riflettere, sembra quasi ci sia proprio la paura di fermarsi. Perché fermarsi significare stare nel qui ed ora, ad ascoltare. Eppure il tempo fuori ci costringe al fermo, alla stasi, mentre dentro di noi si muove la tempesta.

E mentre scrivo e mi accingo a concludere questo articolo, ascolto una canzone, comparsa per caso, ma mai nulla arriva a caso e neanche le canzoni, come a dirmi che solo il tempo conosce le cose e che il tempo ha i sui tempi.

 

Dott.ssa Laura Padula

 

 

 

 

 

 

 

PENSARE GLI ADOLESCENTI

 

A cura della  Dott.ssa Elisa Varotti, psicologa e psicoterapeuta

Gli adolescenti, si proprio loro!... Quelli che ci fanno dannare, arrabbiare, quelli che non riusciamo mai a capire. Quelli che consideriamo i ribelli, i vuoti, i menefreghisti, sempre impegnati e persi nelle loro relazioni e poco inclini a vivere quelle familiari.

Gli eterni incompresi. 

 Già, perché una delle fasi più difficili e delicate della nostra vita è proprio l’adolescenza, l’età dei cambiamenti.

 Per stuzzicare la curiosità, la parola adolescenza deriva dal latino adolescere, che significa crescere, nutrire ad indicare proprio quanto questa fase della vita sia caratterizzata da moltissimi cambiamenti e da una grande instabilità; condizione questa che da bambini ci porta ad essere degli adulti, che dal participio passato della stessa radice ado- è colui che si è nutrito.

Credo che tutti noi possiamo ricordare, a volte con il sorriso, forse anche con un po' di imbarazzo, il nostro essere stati adolescenti e come è stato e cosa ha significato per noi esserlo stati. Fare questo oggi, ricordare, è necessario non per porci nella tradizionale posizione di lotta generazionale alimentata dalla differenza, ma per far sì che questa differenza diventi la posizione di accoglienza che il mondo adulto deve saper dimostrare oggi più che mai ai nostri ragazzi.

Non lasciamoli soli. Nelle ultime settimane si è parlato molto dell’autonomia degli adolescenti e della loro capacità di vivere meglio questa emergenza rispetto ai loro genitori o nonni perché molto più capaci di connettersi con le reti digitali e perché per loro stare incollati a PC, cellulari, tablet, e così via non è altro che un piacere. L’impressione è che nell’identificarli con la tecnologia si corre il rischio di perderli di vista come esseri umani, come ragazzi che stanno crescendo e ancora bisognosi di protezione. Saranno anche nativi digitali, ma prima di tutto sono persone.

So che penserete subito alle pessime frasi o reazioni che qualcuno di voi ha subito in queste ultime settimane e non solo dai propri figli o nipoti. Andate oltre in questo momento a favore di un coinvolgimento che potrà essere il luogo di uno scambio nuovo e di un nuovo modo di stare in relazione con loro. 

Coinvolgimento. Coinvolgere l’Altro significa responsabilizzare l’Altro, mettendolo in una posizione attiva rispetto a ciò che accade. Significa chiedere ai nostri figli di reagire insieme a noi, di essere parte attiva nelle nostre famiglie per poter superare e resistere insieme nell’emergenza che stiamo affrontando; significa condividere routine, spazi, modi, tempi, pensieri ed emozioni, in un modo nuovo che tutti dobbiamo imparare. Significa aiutare i nostri ragazzi ad assumere un ruolo che li faccia sentire importanti e utili, e che li ponga in una dimensione di sfida contenuta e abbracciata dall’affetto dei familiari.

 Ora per aiutare a ordinare i pensieri, non si tratta certo di costruire una routine e organizzare la vita degli adolescenti come fossero bambini; il senso è condividere un’organizzazione familiare all’interno della casa fatta di momenti di partecipazione come i pasti, la visione di un film, un caffè insieme, le pulizie e il riordino alternati a momenti di sacrosanto spazio individuale e privacy. Ne hanno bisogno gli adulti, ne hanno bisogno i ragazzi. Responsabilizzare implica infatti per noi adulti lasciare andare il senso di controllo sui figli a favore della fiducia; significa credere che i nostri ragazzi ce la possono fare rispetto al ruolo che si sono assunti come parte attiva di questa situazione. 

 Per questo è fondamentale coinvolgerli rispetto a ciò che accade nel mondo, affiancandoli nel reperire le informazioni da fonti affidabili e aiutandoli a mentalizzare gli eventi e a porre le basi per lo sviluppo di un pensiero critico, ma anche rispetto a ciò che accade dentro casa, le preoccupazioni dei membri, le paure, le difficoltà, i pensieri, le gioie, le scoperte, mostrandovi aperti al confronto e pronti e disponibili ad accogliere le domande e ogni riflessione che i ragazzi hanno voglia di condividere. È l’occasione che avete di insegnare ai vostri figli che del dolore e della fatica se ne può parlare, ovviamente stando attenti a non riversare le angosce che noi adulti possiamo provare in questi giorni. In fondo, i nostri ragazzi il dolore e la sofferenza li conoscono bene, e come adulti mostrarsi ai loro occhi disponibili alla condivisione creerà per loro delle basi importantissime di crescita per il loro futuro.

 Non lasciamoli soli è un invito però rivolto anche alla scuola. Non tutti i ragazzi vivono in famiglie affettive e accoglienti e spesso la scuola rappresentava il loro più grande riferimento nelle loro vite, anche se magari questi adolescenti erano sempre quelli che rispondevano male, che combinavano guai o che non portavano mai i compiti... Ciò che importa adesso è che ogni ragazzo possa sentirsi pensato e raggiunto nell’isolamento della propria casa dagli insegnanti ed educatori che fino a febbraio hanno riempito la loro vita di tutti i giorni. Raggiungere questi ragazzi non per riempirli di compiti o di lavoro, perché questo è e deve essere secondario a raggiungerli per dimostrare il reale interesse nutrito nei loro confronti, per offrire loro un insegnamento con un obiettivo pedagogico e umano altissimo e cioè la capacità di esserci gli uni per gli altri. Contattate i vostri ragazzi e orientate la didattica nella direzione di un dedicarvi a loro, con il vostro sorriso migliore o con l’espressione di preoccupazione che quel giorno vi assale. Rendeteli partecipi di questa nuova didattica a distanza infondendo la vostra voglia e curiosità di sapere di loro, di esserci per loro, dando spazio alla narrazione dei vostri giorni lontani ma vicini. 

Sentire su di sè uno sguardo interessato, potrà essere l’occasione per i nostri adolescenti di scoprirsi per se stessi interessanti. Vi ricambieranno e vi stupiranno, ne sono sicura. Nessuno escluso.

 

Dott.ssa Elisa Varotti

I FIORI PIU’ BELLI NASCONO DALLE CREPE

Il potere della resilienza

 

 A cura della Dott.ssa Serena Samaria, psicologa, psicoterapeuta in formazione Idipsi

“Quando c’è una tempesta gli uccellini si nascondono, ma le aquile volano più in alto” affermava Mahatma Gandhi; una bellissima riflessione sulla resilienza (resiliere), ossia , la capacità dell’individuo di far fronte alle situazioni traumatiche e/o stressanti ed uscirne più forte.

La resilienza, può essere definita come la capacità di resistere, fronteggiare, risollevarsi e ricostruire la propria vita a seguito di eventi nefasti e dolorosi.

Essere resilienti non implica solo la capacità di fronteggiare le difficoltà provenenti dal mondo esterno ma anche e soprattutto avere la capacità di rialzarsi, andare avanti e ricostruire o costruire.

Questa capacità può essere definita come un dono ereditato da un lontano passato della nostra specie e che si sviluppa durante il nostro percorso evolutivo sotto l’influenza delle relazioni, delle esperienze e del contesto; non è sempre scontata perché potrebbe venire a mancare in situazioni troppo grandi o pesanti da reggere; resta comunque una “competenza” che l’uomo possiede in dotazione per affrontare la vita e sopravvivere.

Questa capacità non ha tratti stabili ed immodificabili ma con il correre del tempo può modificarsi e noi possiamo lavorarci migliorandola e potenziandola.

Citando lo psichiatra statunitense e professore ad Harvard George Eman Vaillant :

«La resilienza non è una condizione ma un processo: la si costruisce lottando».

Essere resilienti non significa indossare una corazza e non provare tristezza, sofferenza o emozioni negative ma bensì riconoscerle ed essere in grado di fronteggiare il dolore cercando in noi strumenti per affrontarlo e rialzarci più forti e con maggiori consapevolezze dopo le cadute a cui la vita ci espone “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce” (Leonard Cohen).

Pietro trabucchi psicologo e coach esperto di resilienza la definisce cosi :

«Le persone non sono vittime passive degli eventi stressanti. Reagiamo alle difficoltà (e ci stressiamo) in base a come le “leggiamo” e a come “leggiamo” le nostre capacità di farvi fronte. Questa “lettura” si chiama valutazione cognitiva. Quella che ci fa vedere lo stesso bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto.»

Può essere definita come una funzione psichica che si modifica nel tempo in base alle esperienze e al cambiamento dei meccanismi mentali che vi sono alla base.

Ma quali sono i tratti delle persone resilienti? La psicologa americana Susanna Kobasa ha delineato dei tratti ricorrenti in queste persone :mostrano la capacità di fronteggiare gli eventi e di non lasciarsi travolgere dagli stessi , passione per le sfide ed un’ elevata predisposizione ad accettare i cambiamenti a cui sono esposti senza considerarli come problemi irrisolvibili.

Le persone con elevata resilienza non sono invincibili o immuni a stress e dolore; come tutti sono esposti alle avversità della vita e presentano cicatrici nell’anima; cicatrici che hanno lasciato il segno e nello stesso tempo fortificato. Essi mostrano la capacità di fronteggiare le avversità senza lasciarsi travolgere. «Il mondo ci spezza tutti quanti, ma solo alcuni diventano più forti là dove sono stati spezzati» (Ernest Heminghway).

Avere un’alta resilienza significa mettersi in discussione,riconoscere gli errori e nello stesso tempo adoperarsi per poter rimediare accettando anche importanti cambiamenti.

La resilienza può venirci in aiuto per fronteggiare diverse situazioni che in un modo o nell’altro ci si trova a vivere, per citarne alcuni :cambiamenti, deprivazioni, malattie, morte, lutto, perdita, abbandono e dolore.

Essa può aiutarci a trovare un senso agli eventi, a leggerli in modo diverso e trovare il lato positivo anche dove questo sembra non esserci.

<< Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta.>> .

(K.Gibran).

 

Dott.ssa Serena Samaria

 

"A PICCOLI PASSI"

 

 A cura di Silvia Guerini, psicologa,  psicoterapeuta in formazione IDIPSI

 

Sono qui, seduta davanti al computer, ma il mio sguardo e la mia mente vagano lontano, fuori dalla finestra.

La meraviglia della primavera è iniziata: i fiori sbocciano sugli alberi, l’aria torna a profumare, la Natura si risveglia e Proserpina riemerge dagli Inferi.

Mentre noi siamo qui, soli ed impotenti, rinchiusi nel nostro inferno personale, in cui abbiamo bisogno del contatto umano, ma lo temiamo profondamente.

“In strada tante facce/ non hanno un bel colore/ […],/ si ammala di terrore.” Cantava Fabrizio de Andrè. E aggiungeva “C’è chi aspetta la pioggia,/ per non piangere da solo”.

Oggi mi sembrano così attuali questi versi: sguardi veloci, spaventati, torvi, soli, da dietro gli scuri, da sopra una mascherina. Da lontano. Timorosi dell’incontro con l’Altro, ma sempre curiosi e bisognosi di incontrare.

Combattuti fra due forze: l’auto-preservarsi, l’auto-sopravvivenza, e il bisogno di comunicare, di risuonare, con l’Altro, nonostante le difficoltà.

Il bisogno di sentirsi protetti e al sicuro, ma allo stesso tempo uniti e coesi, contro la paura.

La paura che ci attanaglia, che ci stringe fra le sue spire dell’incertezza. Incertezza dell’oggi, incertezza del domani.

In una sofferenza condivisa, scaturita dalle immagini e dalle notizie, che arrivano e segnano, che ci toccano, volenti o nolenti.

Le domande si accavallano: quanto durerà ancora? Quando saremo liberi, davvero? Come sarà il mondo dopo? Come sarò io dopo?

Ora sembra tutto così piccolo, così limitato, racchiuso in quattro mura, in un paese, in una città. Ben circoscritto, sospeso nel tempo. Quasi onirico, abbastanza assurdo.

Fino a qualche mese fa, era impensabile, indicibile.

E invece, siamo qui.

Siamo qui a combattere una guerra ad armi impari, con un virus microscopico, ma enormemente spaventoso. Un virus mutato, un virus mutante. Mutante… forse foriero di cambiamento?

Il papa, qualche giorno fa, ha detto “Come pensavamo di vivere sani in un mondo malato?”

Nei secoli, ci siamo forse dimenticati della nostra fragilità, della nostra vulnerabilità. E ora, uno degli esseri più antichi, viene a ricordarcelo.

Ma effettivamente, cosa possiamo fare?

Stare chiusi in casa costa, ogni giorno che passa, uno sforzo ed una fatica maggiore. Le emozioni fluttuano durante la giornata. Le ansie e le preoccupazioni si rincorrono e si accavallano. Le assenze stridono sempre di più.

Ma ci stiamo adattando, lentamente.

Stiamo resistendo, facendo fronte alle difficoltà come possiamo.

Ricercando normalità in un tempo anomalo. Facendo esercizio di libertà in uno spazio costretto. Provando a mettere ordine dentro, al disordine di fuori. Pensando positivo, in un momento negativo. Reagendo, stando fermi. Apprendendo da una situazione sconosciuta. Agendo attivamente, in una situazione che richiede la nostra inazione. Trovando nuovi modi di comunicare e essere vicini agli altri, rimanendo lontani. Sentendoci sicuri, nonostante le insicurezze. Imparando nuovi ritmi più calmi e naturali, oltre la frenesia di cui avevamo ben esperienza.

Portando avanti le nostre vite tenacemente. Aggrappandoci alla bellezza della vita, con le unghie e coi denti. Trovando risorse che non pensavamo di avere. Ricordandoci che è solo una situazione temporanea.

Non può piovere per sempre. Non si può stare a casa per sempre.

Brevemente: esercitiamo la resilienza, ovvero quella capacità intrinsecamente umana di saper affrontare con successo le situazioni avverse, che suscitano sentimenti negativi e sofferenza, proteggendosi dai loro potenziali effetti negativi. È la capacità di riportare il sistema alla condizione precedente l’evento stressante, in una sorta di omeostasi, uscendone rinforzati, se non addirittura trasformati.

E quando usciremo, come sarà il mondo là fuori?

C’è chi dice che dovremmo riiniziare ad aprire, a lavorare, per fasce d’età. Chi afferma che dovremo mantenere mascherine e distanze fino a quando non sarà pronto un vaccino.

Saremo tutti un po’ più diffidenti? Scopriremo che ci piace stare in casa? Avremo paura ad uscire, ad re- incontrarci? Apriremo nuove possibilità alla nostra vita? O troveremo un modo solidale per ritornare a stare insieme?

Dovremmo usare questa bolla di tempo per capire e decidere come vorremo essere, come il mondo vorremmo che fosse.

È il momento di interrogarci se le direzioni che ha preso l’Essere Umano possano essere cambiate. Magari verso un mondo più attento all’Altro, più ecologico. Un mondo in cui prima dei soldi, venga l’Uomo. Un mondo che non guardi solo all’individualismo e al consumismo, ma che riesca ad avere una visione di un sistema più ampio, nel quale siamo calati.

Ed attivarci, diventando noi stessi il cambiamento che vorremmo per il mondo. Piano piano, passo dopo passo.

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