IL VALZER DELLE COPPIE E DELLE CONVIVENZE FORZATE

 

 A cura di Elisabetta Magnani, psicologa e psicoterapeuta

 I “ricci di Schopenhauer”, quale metafora più calzante per descrivere la coppia in questo periodo ?

“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”

La metafora poi ripresa da Freud, spiega che il senso di vuoto e la monotonia che scaturiscono dalla nostra solitudine, trasposte ai nostri giorni, ci inducono ad entrare in contatto con le emozioni anche le più disturbanti (vulnerabilità, paura, impotenza, ansia) - portano di nuovo gli uomini gli uni verso gli altri in un senso di solidarietà, uniti verso un nemico comune, ma poi i loro difetti e differenze, li riporteranno di nuovo lontano.

Rimanendo in tema di ricci, come i personaggi nel libro “l’eleganza del riccio” ( M. Barbery) possiamo anche noi osservare le molteplici dimensioni del vivere in casa , dalla coppia, ai single, alla famiglia, ai bambini, agli adolescenti, gli anziani, dell’amore a distanza e degli amanti.

Prendiamo in considerazione solo alcune sfaccettature reali e non esaustive di una realtà complessa.

Nella coppia se il piano del fare e della progettualità possono essere al momento sospesi, quelli in cui si ritrova sono quelli della vicinanza emotiva e della sessualità. Molti scommettono sull’incremento di nascite a dicembre, ma anche sull’aumento dei divorzi e delle separazioni. Alcune coppie potrebbero vivere la “convivenza forzata” come il momento per ripristinare gli equilibri, l’ultimo tentativo per non lasciare andare il partner e appianare i conflitti irrisolti e consumati dalla ruggine del tempo. La vicinanza emotiva è quella più difficile su cui ritrovarsi e da ricostruire. Lo stare insieme, condividere sempre gli stessi spazi e tempi non implicano infatti la presenza e la condivisione  che costituiscono la vicinanza emotiva. Non è il periodo favorevole per affrontare argomenti di tensione e vecchi rancori, piuttosto restare sulla quotidianità e focalizzarsi sul presente significa stare sulla reciprocità nello svolgere le attività e nel programmare la giornata per cercare di trovare complicità. Se i rapporti sono in precario equilibrio è importante fare il primo passo e dare l’esempio: “ ti aiuto a fare…” Ci penso io a..” “posso aiutarti a… ?“ piuttosto che incolparsi vicendevolmente e verificare con rituali ossessivi, (ad es. con le domande ripetute), se l’altro ha rispettato perfettamente le norme igieniche.

Diviene fondamentale anche saper rispettare i bisogni di solitudine reciproci, non tutto si deve fare insieme, ed ancor più necessario prendersi e saper chiedere una pausa quotidiana nella gestione dei figli. Ritrovare una buona complicità può servire per far tornare la voglia di “riprovarci” e quindi poter parlare di ciò che non funziona.

Il rispetto dell’emotività dell’altro, attraverso l’empatia e la condivisione sono fondamentali in questa situazione di tempi rallentati e può aprire al confronto. E’ una situazione nuova per tutti e parlare di ciò che si prova - ciascuno sceglierà con quale profondità- commentare insieme le notizie, apre ad una consapevolezza emotiva che può prevenire stati di ansia , panico e tristezza. Ascoltare l’altro non vuole dire per forza farsene carico, ciascuno ha le sue sofferenze, poterne parlare e sentirsi capiti è già un grande regalo. Chi ascolta non deve trovare soluzioni per l’altro, altrimenti si rischia di aumentare il senso di impotenza già dilagante in questa emergenza.

Se non è possibile programmare vacanze è utile riguardare insieme le foto di quelle trascorse, aiuta a staccare dalle notizie negative e rivivere quelle situazioni piacevoli, ritrovandosi uniti. Inventare una cena al ristorante con menù da asporto, preparare una serata a lume di candela con i figli a letto, sono piccole sorprese che scaldano il cuore.

Le “coppie a distanza”, abituate a prendere voli e arei e a concentrare gli incontri nei weekend per “viverli intensamente”, e che possono avere una storia meno strutturata alle spalle, potrebbero vivere la “separazione forzata” per attivare il desiderio di far evolvere l’unione quando sarà possibile, oppure far emergere consapevolmente che la dimensione da single sia la scelta più appropriata. In tali casi, l’ utilizzo della tecnologia e i sistemi di videochiamata sono ottimi strumenti per alimentare la relazione e far sì che la coppia riesca ugualmente ad elaborare i vissuti legati alla lontananza , ovviamente anche la durata del periodo di separazione sarà determinante perché ciascuno trovi i propri equilibri anche senza l’altro..

Diverso invece per le coppie di amanti, con una bassa componente relazionale ed una maggior fisicità e sessualità. Qui manca la corporeità, l’abitudine agli incontri più o meno fugaci e frequenti, diviene difficile agire il tempo della trasgressione stando in casa , ed ecco che ci si apparta in auto, in camper, in garage per mettersi in contatto con l’altro con il sexting e mantenere alta la tensione erotica.

I single forse possono essere quelli più preparati o penalizzati, ma anche già abituati alla propria solitudine in casa , una vita sociale ricca fuori ( non sempre) ed ora molto connessi tecnologicamente. A loro manca il contatto diretto con qualcuno, un abbraccio, una carezza una stretta di mano, una risata, i giovani non hanno problemi a riconvertire le abitudini alle connessioni virtuali, con il rischio di overdose mediatiche e sintomi da sovraesposizione alla tecnologia.

Nella convivenza è indispensabile trovare la “giusta distanza relazionale” , ed è ciò che si negozia e si costruisce nel quotidiano con l’altro, per vivere serenamente i rapporti imparando ad accettare e rispettare sia i nostri che i bisogni altrui.

La libertà non è fare ciò che si vuole, non è ritirarsi su un monte così nessuno ci disturba. La “giusta distanza”, così come la libertà e la fiducia reciproca esistono all’interno dei legami, nel rispetto dell’altro e di sé, della collettività e della natura, e si costruiscono nella relazione che è una parte terza rispetto i soggetti coinvolti.

L’Identità sociale ai tempi del coronavirus: tra legami costruiti sui balconi, aperitivi su Skype e nuovi patriottismi

A cura di Giancarlo D'Antonio, psicologo

L’epidemia rompe i legami sociali, li mette in discussione.

La rottura del legame fisico, tangibile, quotidiano con tutti i nostri vari nuclei di appartenenza (da quello lavorativo, a quello amicale, a quello familiare) ci lascia spodestati, deprivati, impauriti. Quando il virus frantuma la collettività e ci obbliga a ridefinire chi siamo, si manifesta il bisogno vitale di ricostruire un “noi” possibile, di riaffermare una pluralità, di ricomporre una tela di connessioni anche solo virtuali, anche solo a distanza. Abbiamo fatto tutti esperienza di modalità nuove di partecipazione e condivisione collettiva: dagli aperitivi via Skype, alla ricerca di piattaforme, dapprima misconosciute, nel tentativo di costruire gruppi di lavoro o di divertimento sempre più ampi, fino alle schitarrate sui balconi, gli applausi di massa, i flashmob, la solidarietà collettiva delle donazioni, gli striscioni forieri di coraggio, le bandiere esposte. La sensazione di sentirsi ancora appartenenti a un sistema, di sentirsi integrati è di vitale importanza. Perché quell’integrazione ci rende completi, interi, per l’appunto integri.

L’assenza di un contenitore che dia senso e valore al quotidiano ci spinge a ri-costruire ri-generare un senso di comunità, che renda l’ostilità del mondo meno implacabile. Le nostre identità sociali, per citare i padri della psicologia sociale Tajfel e Turner, si stanno ridefinendo, ma il continuare a nutrirle ci permette di mantenere i nostri connotati di essere umani dotati di valore, di risorse, di capacità, di dignità.

Ma l’identità sociale, come i due autori sopra citati ci hanno attentamente insegnato, ha spesso un costo! Costruire un “noi” implica sempre costruire un “loro”, un dentro e un fuori. Quell’azione di tracciare un confine e che permette di sentirci coesi, un tutt’uno, costruisce un “di là dal confine” che può fare paura e diventare nemico.

E non a caso ritorna in questi giorni una parola desueta, lontana: patria. Che ha che fare con il paterno, con le radici, con le appartenenze per l’appunto. Ma è una parola che si muove su un terreno minato, su una linea di confine molto sottile. E allora non c’è niente di sbagliato se quella parola serve a costruire la consapevolezza dei ricordi collettivi, a fortificare il nostro sentire comune. Non c’è niente di sbagliato, fino a che non crea chiusura e diventa la difesa di un’esclusività.

Non a caso la parola patria ci rimanda immediatamente a un immaginario di guerra, e non è casuale il linguaggio bellicoso a cui stiamo assistendo: “siamo in trincea”, “è richiesto un sacrificio per il bene della collettività”, “la nostra nazione ne uscirà vittoriosa”. Quelle bandiere nominate prima, di cui di solito ci ricordiamo solo nei campionati di calcio o tutt’al più nelle celebrazioni devozionali del 02 giugno, tornano ad essere esposte con orgoglio onorifico. Intendiamoci, niente di sbagliato in tutto ciò, ma stiamo attenti, rendiamoci più consapevoli… perché passare dalla comunanza alla demarcazione può accadere in un attimo.

Abbiamo tutti assistito negli ultimi due mesi a fenomeni dirompenti di stigmatizzazione, dove l’”untore” di volta in volta ha cambiato identità, in un gioco investigativo dove tutti abbiamo accusato e siamo stati accusati: e allora prima sono stati i cinesi, poi gli asiatici in massa, poi quelli del nord Italia verso quelli del sud, poi gli italiani nei confronti degli altri paesi europei… per arrivare alle notizie allarmanti degli ultimi giorni di veri e propri fenomeni di ostracismo ed emarginazione messi in atto ai danni degli operatori sanitari. Al punto che anche l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è intervenuta per sancire lo stigma sociale, determinato dall’attuale pandemia, come un pericolo in termini di salute pubblica.

E allora in questi bellissimi momenti di condivisione pubblica, a cui tutti stiamo partecipando, forse dovremmo far nostra una parola importante, che racchiude in sé un pensare e un agire, e cioè ospitalità. Parola che ha un doppio significato, in quanto si riferisce simultaneamente sia a colui che ospita che a colui che è ospitato. In questo senso, l’appartenenza ha a che fare con la ricchezza (non scontata) di essere ospiti del proprio paese, della propria comunità e quindi con la ricchezza del dono e dell’incontro. Come ci dimostrano gli aiuti materiali e umanitari che arrivano, in questi giorni, da più parti del mondo. Perché in ultima analisi, questo virus ci sta fornendo una lezione importante: che siamo solo ospiti di questa Terra.

 

 

 

IL CORPO NEGATO

A cura della dott.ssa Laura Padula, psicologa

E’ difficile abituarci a delle costrizioni, come quella di stare lontano dagli altri e non potersi più toccare con un bacio o abbraccio, sempre che ci si possa abituare a non fare ciò che fa parte del nostro mostrarci ed essere in relazione con gli altri. Questo perché il corpo è espressione ed è movimento; esso si muove prima di noi, prima dei nostri pensieri, perché sente, percepisce, elabora ed agisce.

Gli abbracci e i saluti sono stati sostituiti da mani che si agitano sugli schermi per un saluto, da bocche che si avvicinano alla camera per mandare un bacio al proprio amato o amata o ai propri cari. Lo schermo paradossalmente ci avvicina agli altri pur stando nella distanza di questo momento. A volte vorremmo bucarlo per toccare l’altro. Ci sentiamo castrati probabilmente.

Non ci sono più abbracci che contengono il dolore quando una persona muore, non ci sono strette di mano tra colleghi, non ci sono saluti tra amici. Non ci sono corpi da toccare per esprimere conforto e sostegno e tutto questo perché il corpo è diventato veicolo di un nemico invisibile che bisogna combattere.

Ognuno sta vivendo le proprie emozioni nel proprio corpo, e paradossalmente, quello a cui prima rischiavamo di non dare troppa attenzione, sta diventando il centro dei nostri pensieri; ogni minimo avvertimento che sentiamo potrebbe essere indice di qualcosa che non va, e allora si attiva la paura, l’ansia e l’angoscia. Forse il corpo però ci sta solo comunicando le nostre sensazioni in un momento in cui siamo più aperti all’emotività, in cui siamo in ascolto di noi stessi, e ci sta insegnando a prenderci cura di lui. Perché, prendersene cura, non avviene solo ad un livello esteriore, ma anche e soprattutto a quello interiore, in quanto nella misura in cui ci prendiamo cura del corpo, allora ci stiamo prendendo cura di noi e ci stiamo volendo bene.

Se in questo momento non possiamo essere abbracciati da chi ci sta intorno, stiamo imparando però ad abbracciarci da soli, a darci conforto e sentirci vicini con noi stessi attraverso una carezza. Stiamo imparando ad accarezzare la nostra pelle che ci divide dagli altri e ci unisce a noi stessi. Abbracciamoci quindi con la parte intima di noi stessi che mai come ora ha bisogno di quella cura profonda per sentirci vivi e in connessione.

Perché contatto non significa solo toccare, ma significa anche avvicinarsi a sé stessi e agli altri con tatto, con garbo, con delicatezza, con gentilezza, con orecchie che ascoltano, con occhi che parlano e con parole che danno voce alle emozioni, alle paure e ai sentimenti.

Sarà possibile fare questo anche dopo che la pandemia sarà finita?

Cosa accadrà in quel dopo tanto atteso e immaginato, fatto di unione e vicinanza?

Torneremo a toccarci liberamente?

Torneremo ad essere uno accanto all’altro senza aver paura di un possibile contagio?

Continueremo ancora a guardarci negli occhi invece di abbassarli come facciamo ora?

Sono tanti gli interrogativi che ci stiamo ponendo sul dopo, sarà difficile la ripresa, spinti dalla paura di una minaccia che può essere ancora presente e che non sappiamo in quale corpo si annida.

Potremmo non avere risposte al momento ma sicuramente qualsiasi risposta e comportamento che metteremo in atto sarà frutto delle valutazioni che avremo fatto e del periodo che avremo passato e tutto questo, azzardo a dire, sarà lecito e legittimo così, nella misura in cui una persona si senta spinta verso l’altro o sia portata ad allontanarsene. Non ci sarà un giusto o sbagliato, né persone buone o cattive, ma solo persone che si metteranno in relazione con l’altro nella misura in cui sentono che sia funzionale e protettivo per loro.

La vicinanza con l’altro non avviene solo con il corpo, questo non è in contraddizione con quanto detto in precedenza, è importante sviluppare gli altri sensi per sentire l’altro e accoglierlo dentro di noi, per fargli comprendere la nostra presenza nel suo cammino di vita. Nella misura in cui stiamo imparando a non toccarci, stiamo anche imparando ad utilizzare gli altri organi a nostra disposizione, dotati di sensibilità ed estrema delicatezza. Se nel futuro della nostra vita toccarci continuerà ad essere difficile o ci porterà ad essere diffidenti, sarà importante affidarci e permetterci di utilizzare quei modi che abbiamo sviluppato di stare in relazione con l’altro, che travalicano il corpo e la mente e che sono fatti invece di sensazioni e dove anche le parole andranno utilizzate con maggior rispetto e acquisiranno un “peso” più significativo all’interno della relazione.

 

Dott.ssa Laura Padula

Psicologa

 

 

GRAZIE!

 

a cura di dott.ssa  Elisabetta Magnani e Barbara dagli Alberi

In questa parola tanto comune, anche se spesso nell’uso viene automatizzata o ancor più dimenticata, si concentrano in realtà molti significati.

È una parola capace di dar valore e rendere importante il gesto più piccolo, l’oggetto più banale, l’intenzione più umile e modesta.

Grazie! Nel dire grazie omettiamo l’atto di “rendere grazie” a qualcuno, cioè esprimiamo il piacere di riconoscergli una gentilezza. La vera gratitudine presuppone il non il sentirsi in obbligo di ricambiare un favore o ringraziare qualcuno per un regalo ricevuto.

La gratitudine è un atteggiamento empatico verso gli altri che presuppone la consapevolezza di sé e saper cogliere negli altri spunti per la propria crescita personale. Si manifesta quando riconosciamo il valore dell’altro nella nostra vita, quando ne apprezziamo i gesti incondizionati, sentendo in noi il desiderio di ricambiare.Già in diverse filosofie/religioni orientali si parlava dell’importanza di coltivare quotidianamente la nostra gratitudine.

In questi giorni, la gratitudine è per tutti coloro che , con grande serietà e responsabilità di ruolo, hanno messo a disposizione le loro competenze, la loro umanità, con sforzi intensi,  anteponendo il rischio alla loro vita e a quella dei loro cari.

Sonja Lyubomirsky una professoressa americana presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università della California, definisce la gratitudine come “un senso di meraviglia, riconoscenza e apprezzamento”. Ciò significa che si riconosce alla gratitudine la qualità di migliorare al massimo l’umore di chi la pratica. Considerarsi fortunati per ciò che di bello si possiede nella propria vita, aumenta il buon umore perché aiuta a trarre piacere da qualsiasi situazione si stia vivendo in quel momento.
Ci impedisce di dare qualcosa per scontato, e questo va a contrastare gli effetti di quello che in psicologia viene chiamato “adattamento edonistico”, cioè quando ci si abitua talmente tanto alle cose buone da non riconoscerle più come tali e così passano in secondo piano rendendoci meno felici.
Se invece impariamo di nuovo ad applicare la gratitudine possiamo riscoprire come poterci di nuovo emozionare e provare un senso di pace e benessere, indispensabili per ridurre il dolore provocato da sentimenti come rabbia, invidia, tristezza.

Sentirsi grati per qualcosa o qualcuno ha un effetto di trasformazione, non solo su di noi ma anche verso quelle persone a cui rivolgiamo la nostra gratitudine.
Questo perché, come sosteneva Adam Smith, filosofo ed economista del ‘700: “L’espressione della gratitudine è anche ritenuta capace di stimolare comportamenti morali, come aiutare gli altri, e di aiutare a formare legami sociali”.

Praticare la gratitudine permette di sentirci soddisfatti di noi stessi, di provare quel senso di felicità in grado di farci tornare il sorriso.
Ti è mai capitato di essere felice in momenti o situazioni che a te sembravano di poca importanza?
Di emozionarti davanti ad un tramonto, o risvegliare piacevoli ricordi solo attraverso il profumo di un cibo che stavi cucinando o provare un senso di tranquillità ascoltando un brano musicale?

Certo non sempre è facile provare gratitudine soprattutto quando siamo preoccupati, stressati o impauriti.
Ma esistono alcune strategie che ci vengono in aiuto per forzare il nostro cervello ad entrare in uno stato di gratitudine indipendentemente dalla situazione disagevole in cui ci troviamo.

Eccone alcune facilmente applicabili:

1) Tieni un diario della gratitudine
Scrivere un diario in cui ogni giorno, prima di andare a dormire, annotare 5 cose per cui siamo stati grati nel corso della giornata è un ottimo strumento per riconnetterci con noi stessi.
In questa scelta non esistono le categorie giuste o sbagliate. Bastano anche semplici eventi o situazioni che ci hanno fatto stare bene: un buon pasto, una conversazione piacevole, un piccolo successo, la telefonata di un amico, un raggio di sole che filtra dalla finestra, accudire un fiore, accarezzare un animale...Senti dentro di te la gratitudine e la riconoscenza. E ringrazia.

2) Usa i 5 sensi

Essere in salute significa anche ricordarci dei nostri 5 sensi. Durante la giornata concentrati sulla percezione del tuo mondo anche attraverso la vista, l’olfatto, l’udito, il gusto e il tatto: guardare fuori dalla finestra e vedere un’immagine che ti fa sorridere, ascoltare un brano musicale che ti fa provare piacere, un profumo che ti porta indietro nel tempo, il sapore di un piatto che ti suscita gioia, l’acqua calda sulla pelle che ti dona serenità.

3) Ripeti un mantra

Un mantra è una frase, generalmente breve, che va ripetuta costantemente.
Trova un mantra che ti sia di ispirazione e che ti susciti dentro un forte sentimento di gratitudine e ripetilo più volte durante la tua giornata.

 La gratitudine ci ricorda che possiamo essere felici ora in questo momento, e che proprio facendo leva su questa emozione possiamo tenere alta la nostra energia positiva che ci consente di contrastare quella negativa legata a sentimenti di ansia e paura.

Ogni tanto nell’arco della tua giornata ricordati di ciò che di bello hai e che ti circonda perché più ti alleni in questa pratica, più vedrai cambiamenti sia dentro che e fuori di te.

 

IL TEMPO DEL SALUTO 

 a cura dott.ssa Elisa Varotti

In questi giorni sono scomparse molte persone, dico scomparse perché molti familiari non hanno potuto assistere alla morte dei loro cari.

Morte, sopraggiunta nei letti d’ospedale dove le persone se ne sono andate in solitudine e circondate solo, per quanto possibile, da carezze e parole di medici, infermieri e OSS senza volto, a causa dei dispositivi di protezione che indossano. Morte sopraggiunta nelle case di residenza per anziani, dove i nostri cari si sono spenti tra le cure e l’assistenza di personale che in tutti i modi cerca di sostituirsi alle famiglie assenti e lontane. Morte sopraggiunta anche per chi in questi momenti dovrebbe essere in piedi tra le corsie a prendersi cura di chi ha bisogno di cura, ma che per qualche ragione si trova inverosimilmente coricato alla stregua dei suoi pazienti, isolato da tempo dalla sua famiglia e lontano dagli abbracci e dal conforto che gli affetti sanno dare.

Se la morte è separazione, questo virus ha alimentato separazioni nella separazione. Ci ha divisi tra chi muore in solitudine e chi sopravvive e deve sopravvivere alla solitudine dell’assenza. Ci ha allontanati, togliendoci il diritto di esserci, stare e accompagnare i nostri cari al loro ultimo respiro e di poterli salutare in quel passaggio tra la vita e la morte, garantendo quella che nel linguaggio tecnico viene definita una morte dignitosa per il paziente. Spesso ad annunciare questa morte è una telefonata che arriva dai reparti COVID degli ospedali e a volte un carro funebre che trasporta la bara e passa sotto la finestra della casa del defunto. 

Ci sono anche storie in cui le persone muoiono a casa, nella tranquillità dei loro ambienti di sempre tra le cure dei famigliari che a volte spaventati dall’eco delle informazioni o da esperienze vissute nei giorni precedenti preferiscono evitare ai loro cari le ospedalizzazioni, mettendosi in prima linea con forte rassegnazione e lucidità nel farsi carico degli ultimi momenti di vita dell’amato.

Scenari inimmaginabili di vite stroncate, di storie familiari spezzate da morti sospese che odorano di una sofferenza e di un dolore che sembrano non trovare voce in questo momento. Perché i defunti se ne sono andati, sono scomparsi, e ora sta a chi resta farsi carico del lutto, del vuoto che queste persone hanno lasciato.

Morti sospese. Si definiscono così le morti di questo coronavirus e le morti al tempo del coronavirus, perché ricordiamo che non tutti i decessi di questo periodo lo sono per effetto dell’emergenza. Morti sospese, perché per ciascuno di questi defunti e dei loro familiari manca e mancherà la ritualità della chiusura. Manca il saluto.

E badate bene che qui non si tratta di essere credenti o meno. C’è in gioco tanto, molto di più. C’è la possibilità di avere a disposizione un tempo per salutarsi, un tempo che può anche riparare la vulnerabilità delle relazioni, un tempo per guardare il nostro defunto, un tempo per restare e guardare in faccia la morte, un tempo di ricordi e un tempo di dolore in cui è possibile ed è permesso anche pubblicamente struggersi e piangere; un tempo di condivisione con le altre persone, con la comunità a cui si appartiene, con le persone che si stringono e si uniscono al dolore personale e familiare.

È una morte, questa, che sfugge al controllo, perché si nega agli occhi di chi ha invece bisogno di incontrarla.

L’assenza del saluto, della ritualità che accompagna la morte comporta e comporterà degli effetti importanti sull’elaborazione del lutto. È il rito, infatti, che imprime il tempo e scandisce il ritmo dell’elaborazione dando avvio al processo. Senza ritualità, senza saluti tutto rimane sospeso in una dimensione di incertezza e incredulità devastante; non c’è chiusura, anzi a volte la negazione dell’evento può aprire ad una dimensione di attesa frustrante e invalidante per i superstiti. È come se il lutto non fosse visto e riconosciuto e la mancanza di condivisione non lo rendesse vero e quindi affrontabile.

Ecco allora l’importanza di trovare dei modi famigliari e intimi di celebrare una perdita; se non può esserci condivisione sociale in questo momento è necessaria però una condivisione familiare. La memory box dei lutti perinatali, di quei bambini che muoiono prima ancora di essere partoriti dalle loro mamme, in cui il saluto dei genitori ai loro piccoli si celebra anche riempiendo una scatola con i ricordi di quel bambino, di quell’attesa disattesa, uno spazio fisico e mentale utile per ricordare e onorare la memoria di vite preziose. Questo è solo un esempio, ma è necessario che ogni famiglia trovi il suo modo di celebrare, uno spazio in cui è possibile dare voce al dolore e alla sofferenza, piangere, sentire la mancanza e la rabbia e condividere con gli altri membri silenzi e narrazioni che diano continuità tra il prima, l’adesso e il poi. Se sono i bambini, renderli partecipi dei riti, dei pianti, delle narrazioni e dei silenzi darà loro la possibilità di capire cosa è successo, di avere traccia in ciò che accade dell’eredità affettiva che la persona defunta ci ha lasciato. Pensare di proteggerli tenendoli all’oscuro del dolore, non li aiuterà a elaborarlo: i bambini hanno bisogno di sapere e di avere uno spazio e una disponibilità emotiva da parte degli adulti che se ne occupano, capace di accogliere e contenere il loro vissuto e le loro emozioni. 

 Come scrive la terapeuta Ravaldi “non è possibile curare la morte, ma è possibile prendersi cura del dolore che resta.”

 

Dott.ssa Elisa Varotti, psicologa psicoterapeuta

 

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